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Trump alla Casa Bianca, arrivano le prime nomine

trumpDopo infinite polemiche e numerose manifestazioni, il nuovo presidente USA compone la squadra di governo e annuncia i primi provvedimenti.

Un’enorme ricchezza sfacciatamente ostentata in barba a qualunque possibile conflitto di interessi, frasi misogine o sessiste come “le donne vanno prese per la f…”, affermazioni razziste contro musulmani e latinos, proposte forcaiole di reintroduzione della tortura e negazionismo in tema di riscaldamento globale (definito “un’invenzione dei cinesi”): in campagna elettorale Donald Trump non si è risparmiato niente -mancavano solo rutti e scorregge – ma questo non gli ha impedito, e anzi forse gli ha permesso, di diventare il 45° presidente degli Stati Uniti, battendo Hillary Clinton, che pure aveva ottenuto quasi 2 milioni di voti popolari in più (un’assurdità del tanto decantato sistema politico-elettorale americano).

In molti, a proposito della vittoria di Trump, hanno parlato di “funerale del giornalismo 2.0”, vista l’enorme cantonata presa dalla stampa e dai media in generale (statunitensi e non): guru dei sondaggi, opinionisti e mezzi busti televisivi erano quasi tutti concordi nell’immaginare un esito favorevole alla Clinton. In compenso, però, avevano previsto tutto i Simpson in una puntata del 2000: la realtà ha eguagliato la fantasia, anche se, guardando alla figura di Trump, i risultati che si profilano sono di certo meno divertenti del celebre cartone americano. Tanto per dire, il Ku klux klan ha prontamente organizzato una marcia pro Trump alla quale sono stati invitati i ‘patrioti bianchi che rifaranno grande l’America’, anche se in tutto il Paese si sono svolte per giorni molte manifestazioni che hanno adottato lo slogan comune ‘Trump non è il mio presidente’.

clintonSfida da horror. D’altronde, eliminato dalla corsa elettorale il socialista Bernie Sanders, lo scenario che si presentava agli occhi degli elettori americani sulla scheda elettorale, era aberrante: da una parte la donna ‘d’apparato’ per eccellenza, da sempre falco dell’establishment e vicinissima alle lobby, la spietata ‘stratega’ dei sanguinari disastri in Libia e Siria, una ‘femminista’ da consiglio d’amministrazione che ha sempre usato il cognome del marito Bill, ex presidente, coprendo negli anni le sue numerose ‘intemperanze’ sessuali, contribuendo ad insabbiare le svariate accuse di molestie che gli sono piovute addosso – sin dai tempi del college – da parte di diverse donne; dall’altra, un miliardario rozzo, bugiardo, volgare, che, oltre alle numerose uscite razziste, è arrivato a mettere in discussione i diritti acquisiti delle donne in merito alle interruzioni di gravidanza. Un personaggio nemmeno spendibile per la (comunque trita) litania del ‘self made man’, dal momento che ha ereditato una parte importante della sua fortuna (almeno duecento milioni di dollari) e che ha polverizzato nel corso degli anni montagne di denaro, portando al fallimento diverse delle sue società. In fin dei conti, però, questo personaggio, con il suo ciuffo arancione e le sue battute da Berlusconi d’Oltreatlantico, è risultato, agli occhi dell’elettorato americano ‘profondo’, quello dell’America di provincia che non ha beneficiato della globalizzazione, più ‘vero’ della gelida e politicamente corretta Hillary.

Dopo la sua – inaspettata – vittoria, le ironie in rete si sono sprecate: “Nonostante il color rosa porcello di Donald Trump, non si tratta del secondo presidente di colore degli Stati Uniti”, o “Dopo il presidente nero, ecco quello arancione”, e amenità varie. In ogni caso, Trump ha ottenuto 290 delegati e ha vinto in tutti gli stati che tradizionalmente risultano decisivi nella corsa alla Casa Bianca, a partire da Ohio, Florida, Iowa, Nevada, North Carolina, mentre l’ex segretario di Stato Clinton si è fermata a soli 228 delegati, nonostante due milioni di voti popolari in più. Il partito Repubblicano, il ‘Grand Old Party’ che l’aveva prima snobbato, poi apertamente osteggiato, ha ricevuto in dote dal ‘tycoon’ (magnate) Trump una schiacciante maggioranza in entrambi i rami del parlamento americano, Camera e Senato; i repubblicani, inoltre, potranno eleggere un giudice della potentissima Corte Suprema.

michael mooreChimera ‘impeachment’. Anche il regista Michael Moore, come i Simpson, aveva previsto l’elezione di Trump: in un post del 24 luglio scorso elencava ‘le 5 ragioni per cui Trump avrebbe vinto’. Moore è tra quelli che hanno proposto, nelle scorse settimane, di trovare una via per l’impeachment’; i sostenitori democratici hanno infatti preparato una petizione dove si chiede ai grandi elettori di rinnegare il voto dei rispettivi stati e di votare la Clinton, causa l’inadeguatezza di Trump alla poltrona presidenziale.Questa via appare però assolutamente impraticabile, non essendoci stato alcun precedente simile nella storia degli Stati Uniti.

Le prime dichiarazioni e le prime nomine. Il neopresidente, nel frattempo, dopo le rare dichiarazioni dei giorni scorsi, in cui ha comunque mostrato di voler ‘abbassare i toni’ rispetto al passato, il 21 novembre ha diffuso un video di circa tre minuti su Youtube; qui, con un tono a metà tra il venditore televisivo di pentole e un consigliere di Forza Italia del Varesotto, ha promesso agli americani che creerà nuovi posti di lavoro e che rivedrà una serie di accordi stipulati in passato.

obama-newserNon ha menzionato invece l’Obamacare’, la legge con cui Obama ha esteso la copertura sanitaria a quasi 20 milioni di Americani (su 50) che ne erano sprovvisti, ma è altamente probabile che Trump mantenga in breve tempo la promessa di cancellarla, almeno in alcune sue parti. Nessuna menzione nemmeno per il gigantesco muro da costruire alla frontiera con il Messico, promesso in campagna elettorale e confermato nelle prime dichiarazioni post-vittoria, così come l’intenzione di “cacciare tre milioni di clandestini”. L’unico vero provvedimento annunciato da Trump è stato il ritiro degli Usa dal TPP (Trans-Pacific Partnership), l’accordo di commercio firmato all’inizio dell’anno da Obama con altri 11 paesi e finora non ratificato. Sul fronte delle nomine, invece, al vertice della CIA Trump ha nominato Mike Pompeo, membro degli ultratradizionalisti dei Tea Party, da sempre sfavorevole alla chiusura del carcere di Guantanamo e oppositore strenuo della legge di Obama sulla sanità pubblica. A capo del Dipartimento della Giustizia ‘The Donald’ ha nominato Jeff Session, 69 anni, ex procuratore senatore dell’Alabama, un gentiluomo che dichiarava di non avere nessun problema coi nazisti del Ku klux klan, a parte il fatto che fanno uso di droga. Alla Sicurezza nazionale va invece il generale Michael Flynn, noto per le sue posizioni filo-russe ed anti-islamiche, che già in passato si è espresso contro le convenzioni che dovrebbero garantire il rispetto dei diritti umani e a favore della tortura.

BEPPE-GRILLO-DONALD-TRUMPGrillo a favore di Trump? Beppe Grillo, invece, in un video pubblicato la notte delle elezioni, ha definito il trionfo di Trump “la deflagrazione di un’epoca, un vaffanculo generale e l’apocalisse dell’informazione”: le pagine social del comico genovese sono state rapidamente inondate da messaggi critici che lo accusavano di salire sul carro del discutissimo vincitore delle presidenziali americane. Il deputato Alessandro Di Battista e il senatore Nicola Morra si sono ‘affrettati’ a spiegare che ciò che Grillo intendeva dire è che il M5S,oltre ad esser stato sottovalutato – come il miliardario newyorkese – dalla maggior parte dei giornalisti, rappresenta l’argine politico al proliferare di forze di estrema destra, come invece sta succedendo in buona parte d’Europa (e, in misura inferiore, in Italia con la Lega di Salvini). Insomma, ognuno ha (o avrà) il suo ‘vaffanculo day’, e, precisate le analogie, Grillo avrebbe quindi solo voluto evidenziare la diversità del ‘suo’ movimento da personaggi come Trump e da movimenti di estrema destra. L’entusiasmo mostrato da Grillo nel video post-elezioni, però, è risultato sgradevole a molti per diverse ragioni: innanzitutto, è proprio Grillo il primo che dovrebbe augurarsi che le analogie tra ‘The Donald’ e il suo movimento finiscano con la speranza di bissare il ‘botto’ elettorale dell’americano, e di fatto è così.Trump, infatti, lungi dal rappresentare l’avvento della ‘giustizia proletaria’, fa parte di quell’1% di popolazione mondiale che detiene le risorse e le ricchezze negate a miliardi di persone, ed è espressione di un capitalismo spietato che continuerà ad accentuare disuguaglianze sociali e devastazioni ambientali. Protezionismo, o meno. Perciò, sulla sua vittoria, sia pure sull’’odiosa’ ultra-favorita candidata dell’establishment, c’è da gioire ben poco. Inoltre, l’elezione di Trump determinerà un effetto domino che avrà una serie di ripercussioni anche in Europa, sia sui singoli piani nazionali (molto probabilmente a vantaggio di formazioni xenofobe), sia sull’UE nella sua stabilità complessiva. Non che la ‘stabilità’ sia sempre – e di per sé – un valore assoluto, come di volta in volta vogliono dare a credere le classi dirigenti al potere, ma come detto, in Europa come negli Usa, il vento soffia prevalentemente a destra. Pepe Mujica, l’ex presidente ‘compagno’ dell’Uruguay, ha commentato con un laconico “Aiuto” il risultato elettorale statunitense; quest’approccio, che potremmo definire eufemisticamente poco entusiasta, è sicuramente condiviso anche da Cuba che, nei giorni scorsi, ha avviato un piano di esercitazioni militari del suo esercito, che si sono svolte nei luoghi strategicamente più sensibili dell’isola. E’ finita l’era Obama, e, con Trump nuovo Presidente degli Usa, il disgelo avvenuto durante la sua presidenza è già un lontano ricordo.

Sebastiano Palamara

 

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