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Torre Maura e la protesta contro i rom. Quando è contro i più deboli, non è una rivolta, si chiama prepotenza

01Trecento persone da ieri pomeriggio hanno protestato, fomentate anche dalle sigle dell’estrema destra romana, contro il trasferimento di una settantina di persone rom, in stato di fragilità particolare, nel centro d’accoglienza in via dei Coderossoni. Barricate, cassonetti bruciati e a tarda notte il dietrofront del Campidoglio.

56161626_2112018335542021_4145965246890115072_n“Dovete morire di fame!”. E giù a scaraventare a terra una cassetta con i panini destinati ai 70 rom, che dovevano essere ospitati nella struttura del centro d’accoglienza nel quartiere di Torre Maura. È questa l’immagine che, più di tutte, può descrivere il clima di esasperazione e di odio sociale raggiunto nelle nostre periferie, nei nostri quartieri.

 Tutto è iniziato nel pomeriggio, con la notizia del trasferimento delle famiglie rom nella struttura del centro che prima ospitava i migranti inseriti nel sistema di protezione per richiedenti asilo (Sprar). Una trentina di cittadini si sono radunati in strada, iniziando a bloccare dal primo pomeriggio l’accesso al centro, poi via via sono stati raggiunti da altri “rinforzi” che hanno bruciato alcuni cassonetti e danneggiato la macchina di uno degli operatori. Sul posto sono accorse numerose camionette e reparti della celere, oltre a carabinieri e polizia municipale. Verso sera i contestatori scesi in strada erano circa trecento. “Fate schifo! I rom non li vogliamo! Dateci i terremotati!”. Tra di loro anche numerosi appartenenti a Casa Pound, tra cui il segretario regionale Mauro Antonini e altri appartenenti a Forza Nuova e Azione Frontale.

Le famiglie rom erano prima ospitate da un centro di via Toraldo, nel vicino quartiere di Torre Angela. A disporre lo spostamento era stato proprio il Campidoglio, dopo che la struttura di via dei Coderossoni aveva vinto un bando europeo per l’accoglienza ed assicurato “servizi migliori anche per la cittadinanza”.

Molti dei partecipanti alla protesta lamentavano una mancata informazione da parte delle autorità: “Nessuno ci ha informato di niente, l’abbiamo saputo stamattina, notando il via vai nel centro d’accoglienza”. Anche il Municipio ha confermato che la decisione del trasferimento sarebbe avvenuta direttamente dal Comune e senza un confronto con la mini-giunta del VI municipio: “”Abbiamo perso tutti. Non eravamo stati informati di nulla… (…) c’è stato un grave difetto di comunicazione, non deve più accadere”. Queste le dichiarazioni del Presidente Roberto Romanella.

Sulla mancata comunicazione tra la “casa madre” al Campidoglio e il Municipio, i vertici pentastellati dovranno sicuramente riflettere ma non possiamo che esser d’accordo con il Presidente Romanella quando dice che “Abbiamo perso tutti”.

Abbiamo perso perché, pur nelle criticità e problematiche in cui vive questo territorio, la colpa e la rabbia non può esser riversata contro 70 persone, tra cui 33 bambini e 22 donne in stato di necessità. La povertà diffusa, la mancanza di assistenza e di servizi, la sordità delle istituzioni non possono essere una valvola di sfogo contro chi è più debole. La guerra tra poveri fa schifo ed è l’arma preferita da chi vuole mantenere lo status quo. Non c’è nulla di rivoluzionario, nulla di patriottico dietro questi gesti di intolleranza. Pur cercando di capire l’esasperazione di chi non arriva alla fine del mese, fatichiamo a comprendere come queste responsabilità debbano sempre cadere sui soliti, facili obiettivi. Il colpevole delle nostre disgrazie e dell’incompetenza di chi ci amministra, anche in periferia, è sempre del migrante, del rom, del senzatetto, mai dell’amministratore, mai di chi veramente spolpa questa città speculando sull’ emergenza abitativa, sul lavoro, sui trasporti, sulla sanità.

Anche il dietrofront del Campidoglio, con la decisione di spostare le famiglie rom in altre strutture entro sette giorni, appare come una sconfitta per tutto il territorio. “Una vittoria” l’hanno invece definita alcuni tra i manifestanti.

Stentiamo a comprendere in cosa esattamente abbiano trionfato: difficilmente da domani, senza l’arrivo di queste famiglie rom, i muri crepati e i cornicioni pericolanti delle case popolari saranno riparati, difficilmente le perdite d’acqua delle palazzine Ater si chiuderanno come d’incanto. Dubitiamo fortemente anche che vengano effettuati gli interventi di manutenzione, che come ben denunciavano i cittadini, “qui non vengono fatti da anni”.

Secondo Angela Barone, Presidente del Comitato Inquilini Isveur Torre Maura: “Il modo in cui è stata gestita questa situazione è qualcosa di vergognoso. Non si possono calare dall’alto certe decisioni, senza confrontarsi minimamente con i corpi sociali che animano il territorio. Come comitato abbiamo cercato di mediare,ma la situazione era molto tesa ed è peggiorata col passare delle ore. Torre Maura non è razzista: la convivenza per anni con il centro d’accoglienza lo dimostra, serviva semplicemente un processo che coinvolgesse la cittadinanza”.

Sulla stessa linea Maria Vittoria Molinari, rappresentante di Asia-Usb: “La vicenda è stata gestita dal Comune nel peggiore dei modi. Il VI municipio non è stato avvisato in tempo e non ha potuto informare né preparare i cittadini, che sono stanchi di subire dall’alto decisioni che li riguardano così direttamente. Non si possono fare scelte del genere con questa superficialità, senza parlare con il territorio… l’integrazione inizia anzitutto preparando il territorio all’accoglienza.  Tutt’altra cosa è invece la rabbia disumana che si è vista ieri, qualcosa di ingiustificabile”.

Le istituzioni, che tante volte si sono rivelate sorde alle istanze dei cittadini, questa volta hanno prestato il fianco e si sono piegate alla protesta violenta, di una cittadinanza stanca e arrabbiata, le cui paure ed esasperazioni vengono costantemente alimentate da gruppi di estrema destra, che trovano in queste situazioni di disagio sociale il terreno fertile alla loro propaganda.Danneggiamenti e minacce con l’aggravante dell’odio razziale. Sono queste le ipotesi di reato sui quali sta indagando la procura della Repubblica a seguito dei tafferugli verificatisi al termine della giornata di ieri. La magistratura farà il suo corso, ma una riflessione viene spontanea.

Perché è vero che le nostre periferie sono costrette a convivere quotidianamente con disagi e tensioni dovuti anche all’abbandono delle istituzioni, ma è anche vero che la retorica xenofoba del “prima gli italiani” le sta via via avvelenando con un sentimento violento che mette seriamente a rischio la tenuta del tessuto sociale. Un odio capace di insinuarsi sia nelle problematiche  che nelle rivendicazioni territoriali. Qualcosa che deve allarmarci e che non può giustificarsi in alcun modo dietro l’etichetta de “la rabbia sociale delle periferie”.

“Casa e lavoro, non ce l’abbiamo noi, non ce l’avranno loro”, questo il coro che andava per la maggiore tra i contestatori. Un concentrato di propaganda utile solo a farci scannare tra di noi. Gli ultimi in guerra con i penultimi, per far sì che i primi restino sempre primi.  Questa non è la rivolta delle banlieu, né una battaglia per conquistare alcun diritto. È una manifestazione contro qualcuno, e quando questo sentimento è rivolto contro il più debole, contro l’emarginato, contro chi è in una “condizione di fragilità”, come in questo caso, è la cosa più lontana che possa esserci da quella “rabbia sociale” che, invece, è in primis, una rivendicazione democratica, espressione di uguaglianza, dignità e giustizia sociale.  Giacomo Capriotti

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