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‘Torbella’, eroi morti di fame e anti eroi morti di fama

coverlg_homeL’altra faccia de “La Grande Bellezza”. “Lo chiamavano Jeeg Robot”, piccola digressione su un affresco della romanità periferica.

Il 25 febbraio 2016 è uscito nelle sale italiane “Lo chiamavano Jeeg Robot”, definito il “primo vero superhero movie italiano”. Il plot è dei più classici nel genere: un piccolo ladruncolo di quartiere (in questo caso di Tor Bella Monaca) per sfuggire alla polizia si tuffa nel Tevere in un punto dove ci sono barili di materiale radioattivo, ne riemerge coperto di una melma nera. Tornato a casa sta male per ore, salvo poi, passata la fase dolorosa, scoprire di aver acquisito dei poteri soprannaturali. Prima non capisce, poi decide di utilizzarli per i suoi scopi criminali e poi riesce a convergerli in un disegno più ampio e nobile in una parabola ascendente di maturazione morale degna dei migliori romanzi di formazione. Quello che colpisce del film, soprattutto uno spettatore di Roma, è il linguaggio, il riconoscimento geografico, la dimensione squisitamente romana di avvenimenti cinematografici che siamo abituati vedere ambientati a New York piuttosto che in Giappone. Le bombe scoppiano alla Piramide Cestia e non sulla Statua della Libertà. L’eroe abita a Tor Bella Monaca e non in appartamenti a Manhattan o nelle fattorie della campagna americana. Gran parte della fascia d’età 20-40 anni ha un’estrema familiarità con il manga che presta il nome all’eroe de noantri. Quindi c’è un doppio legame affettivo – culturale che lega lo spettatore ai personaggi, al protagonista Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) e all’antagonista Lo Zingaro (Luca Marinelli) per poi andarsi a schiantare nella struggente e ironica sintesi delle paure, delle aspirazioni e delle fantasie, concentrate nel personaggio di Alessia (Ilenia Pastorelli).

2e94c03bb8Quello del linguaggio è un aspetto che, nel corso del film, si presenta in diverse forme. Un super eroe agisce in quelle strade, su quell’asfalto dove tutti noi siamo cresciuti, dove si svoltavano i “du scudi”, negli angoli dello spaccio, sugli spalti della curva sud, parla come noi, incarna le nostre stesse mediocrità enunciate con lo stesso dialetto e questo lo lega direttamente a altri eroi del nostro immaginario uno su tutti Nando Mericoni (l’americano di Alberto Sordi) e come lui termina la sua parabola sul punto più alto del simbolo più importante di Roma, il Colosseo.

coverlg_home1L’eroe è un “morto di fame” di Torbella, l’antagonista è un “morto di fama” sempre di Torbella. Con il personaggio dello Zingaro viene introdotto un altro aspetto del linguaggio odierno: il social. L’anti-eroe si prodiga, durante tutta la pellicola, ad accrescere la sua fama criminale. Posta video e rivolge continuamente il suo sguardo allo smartphone. L’eroe non vuole salvare il mondo (almeno per tre quarti di film), semmai vuole comprarsi sempre più yogurt e film porno e l’anti-eroe non vuole distruggerlo, ma solo incrementare i like e le visualizzazioni delle sue scorribande criminali. La bella donna dell’eroe è una simpatica ragazza fuori di testa, depositaria della chiave di lettura del film, è lei a chiamare il protagonista Hiroshi e a farlo entrare nel vortice paranoico del manga. É sempre lei a farlo innamorare di un “amore tossico” … che non si risolve mai in una storia rosea ma rimane invischiato nello stesso grigiore dei palazzoni dell’ R5, perché non c’è spazio per l’illusione, ma solo per le conseguenze di una vita passata nel degrado morale, sociale e urbano.

54061_pplÉ ancora il personaggio di Alessia a scardinare le apparenze e decodificare i personaggi in un illuminante dialogo lungo i pavimenti lucidi del centro commerciale Cinecittà Due, in cui offrire al protagonista e al pubblico l’opportunità di appropriarsi della storia che si sta svolgendo, impastando i colori primari della pellicola: manga e vita reale, restituendo alla fantasia l’importanza vitale che occupa nella realtà. La tentazione di un rassicurante sentimento epico e moralmente corretto che si deve a un super-eroe non riesce a superare l’insostenibile leggerezza del fare sornione e rassegnato del “borgataro”, che accetta, alla fine, una missione, facendolo a suo modo, con i suoi tempi… ”a na certa”.

jeeg robotL’affresco di un degrado morale che è l’altra faccia di quello de “La grande bellezza”, una Roma e un ambiente romano che sono uno il negativo dell’altro. In “Lo chiamavano Jeeg Robot” c’è la decadenza della base, di uno spirito popolare comunitario e conviviale e l’isolamento urbano-domiciliare che soffoca anche le possibilità più incredibili. Roma è presa così com’è senza essere trattata dall’artificio cinematografico perché la mera, fedele inquadratura del cemento in periferia rende il senso di oppressione che l’eroe cerca di scrollarsi di dosso.  Nel lavoro di Sorrentino c’è la decadenza in cima alla piramide, dall’altra parte della palizzata sociale. La vuota convivialità mondana nei palazzi più belli del centro, un isolamento, questo, partecipato vissuto in compagnia, istituzionalizzato, espresso attraverso il rituale della falsa socializzazione e della patinatura della vita, dove Roma è una fonte aulica e inesauribile di rimandi allegorici a disegnare l’ “establishment” della decadenza culturale.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” è un “superhero movie”, un film “fantasy”, un film “d’azione”, un “cinecomic”…è tutto questo, ma, quando si tratta di bravi registi italiani, pare che il neorealismo sia nel nostro DNA… Un Neorealismo 2.0, tanto per continuare a giocare con il linguaggio.

Marco Severa

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