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Tor Vergata. Un’utopia chiamata Città dello Sport

Vela Calatrava okLo scandalo delle Vele di Calatrava non conosce fine. L’Università di Tor Vergata si propone di terminare i lavori, l’ Architetto Calatrava vuole costruire anche la seconda Vela. Nel frattempo la struttura versa nel degrado e saranno necessari 600 milioni di euro per terminarla. Ne mancano 400.

Tre musei romani potrebbero essere messi all’asta per salvare la nuvola di Fuksas. Il triste destino toccherà a tre strutture di prestigio del Razionalismo italiano: il Museo delle Tradizioni popolari, il Pigorini e il Museo dell’Alto Medioevo. La notizia è stata confermata dai dirigenti di Eur Spa – ditta costruttrice dell’opera incompiuta, nel quartiere dell’Eur – in seguito ai “no” della richieste di ulteriori finanziamenti pubblici per il completamento della “Nuvola”, il nuovo centro congressi. L’obiettivo è recuperare i fondi necessari – si parla di circa 133 milioni- e terminare una delle opere incompiute di Roma entro metà del 2016. La notizia ha già creato forti spaccature nella politica: sia il Governo del Campidoglio che il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, hanno bocciato la provocatoria iniziativa che ha, però, riacceso i riflettori su un grande problema della Capitale, definita “il cimitero delle opere incompiute”. Oltre Fuksas, case popolari, interventi di risanamento idrogeologico, scuole, piani di zona e le Vele di Calatrava. Per loro si verificherà la stessa sorte? Dalla presa di posizione di Eur Spa si capisce come la cultura risulti accessoria e passibile di “messa all’asta”, e ciò potrebbe ricadere anche su 40 dipendenti museali. Il fenomeno delle opere incompiute non è altro che il frutto della corruzione presente e un gioco troppo facile per gli imprenditori che in 15 anni non hanno fatto che centuplicare i fondi necessari e i tempi di realizzazione. Nel Lazio si contano ben 82 di queste “cattedrali nel deserto”, ora abbandonate nel degrado e spesso inutili – e costose – una volta trascorso molto tempo dalla loro parziale costruzione. Una delle ferite più vergognose per la città di Roma, tipicamente “Made in Italy”, è la “Città dello Sport” di Tor Vergata.

“Opere incompiute: quale futuro?”: l’incontro nella Vela

Dall’autostrada, dai colli romani e dai palazzoni della periferia Est è sempre visibile: l’enorme e imponente Vela bianca si staglia lungo l’orizzonte, solitaria e bellissima. La grande struttura di Tor Vergata, che avrebbe dovuto ospitare la Città dello Sport per le Olimpiadi di Nuoto di Roma del 2009, è ferma in attesa di essere completata. Alcune novità arrivano dal convegno “Opere incompiute: quale futuro? Nuove esigenze e opportunità per il Paese” del 13 gennaio, tenutosi nell’area antistante il cantiere (fermo). Nel tavolo di discussione sulle opere incompiute, voluto dal Vice Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Riccardo Nencini, si è arrivati ad un nulla di fatto con il presente Santiago Calatrava. L’Architetto della “Città dello Sport” non ha risolto i quesiti attorno al destino dell’opera, ma ha parlato dei suoi successi nel mondo. “Sono completamente convinto -spiega Calatrava- che le Vele saranno terminate, non mi è mai capitato in 30 anni di professione che una mia opera iniziata non sia mai stata conclusa. L’avanzamento dei lavori è attualmente al 70-75%, ma dal punto di vista economico è molto diverso”. In 10 anni i costi sono lievitati di molto. Da un costo di partenza di 60 si è arrivati a 600 milioni, e ne mancano circa 400 all’appello. Il gonfiarsi dell’appalto è una cosa che non stupisce: dal 1988 ad oggi, le opere di Calatrava non sono mai costate quanto il budget di partenza, ma sempre di più.

Mentre il Campidoglio si defila e punta a terminare la prima vela, magari con l’appoggio di privati e un budget ridimensionato, il Rettore dell’Università di Tor Vergata -Ateneo che ospita nei suoi terreni la struttura abbandonata – si espone e sta dalla parte dell’architetto spagnolo. Uno dei progetti al vaglio è che l’Università si prenda tutta la baracca e concluda i lavori. Unico “diktat” di Calatrava: la seconda Vela dovrà essere costruita. Non solo per affetto altruistico verso i romani, ma soprattutto verso le sue tasche che, altrimenti, ne risentirebbero. Secondo il Rettore, Giuseppe Novelli, che vorrebbe salvare l’opera in fallimento, “le Vele saranno terminate. Basta decidere quali fondi europei richiedere e capire se la partita olimpica di Roma 2024 potrà vedere come protagonista la struttura”. Il completamento della Città dello Sport potrebbe rappresentare una risorsa importante per la città e un trampolino per far risvegliare un’economia azzoppata, incapace di ripartire. Il problema è con quali soldi.

Degrado e indifferenza: come si presenta il cantiere

Serra hi-tech, orto botanico, sede della facoltà di Scienze Naturali: nel corso del tempo il destino della Vela sembra essere stato riscritto più volte, senza mai fare i conti con il portafogli vuoto. Le proposte sono tante, anche da parte delle realtà territoriali. C’è chi ci vorrebbe adattare una palestra, chi uno stadio e chi la vorrebbe abbattere (Codacons). Nel frattempo, a 8 anni dal primo mattone piantato, quello che rimane è uno scheletro bianco e un cantiere fantasma. Tutto intorno alla struttura evidenzia incuria e degrado: l’erba alta e le piccole discariche di rifiuti ne sono la dimostrazione. La gigante “pinna a forma di squalo” si erge solitaria, nessuna gru all’orizzonte. I lavori della prima struttura sono a buon punto: si vedono gli spalti, la vela è completata. Un disastro, invece, è la seconda struttura, che possiede solo una base. Evidenti sono i segni dell’usura del tempo, le infiltrazioni d’acqua sono più frequenti e ai lavori di completamento di dovranno aggiungere quelli di ristrutturazione. Al momento non c’è nessuna certezza su soldi, tempi, destinazioni e utilizzi dell’opera di Tor Vergata. Una nebbia fitta l’avvolge ancora. Chi sono i responsabili di questo scempio e questa vergogna? Chi dovrà pagare per questo scheletro se un giorno sarà terminato? La storia è spesso fatta di “non responsabili”, di chi non chiede mai scusa. Melissa Randò

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