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Tor Sapienza, tra emarginazione e abbandono

tor-saPersistono i problemi di sempre. Incuria, roghi tossici, un deserto sociale e culturale.

Niente di nuovo a Tor Sapienza, soprattutto se ci si sposta in via Giorgio Morandi, nel comprensorio di proprietà dell’Ater (e in parte del Comune) in cui alla fine degli anni ’70 presero casa molte persone del Quarticciolo, dove vivevano in condizioni più o meno disagiate. Qui, nei dintorni di via Morandi, in alcune strade addirittura l’Ama neanche ci passa, e i residenti devono provvedere col “Fai da te”. Per una strana beffa della toponomastica, la maggior parte delle strade prende il nome da importanti pittori del passato. Ma qui non c’è traccia di “armonia” e “bellezza”, a meno che non si acquisti una dose di roba per evadere momentaneamente dal circostante. Inutile raccontare nuovamente la violenta contestazione per la presenza del Centro Rifugiati, di cui abbondantemente si è parlato su tutti i giornali. Anche su quelli che da quel giorno non si sono più fatti vedere su queste strade. Vale la pena ritornare sulla vicenda solo per ribadire quanto abbiamo scritto già in passato: al netto dell’intolleranza e del razzismo (certamente presenti, è inutile negarlo), è stata una scelta criminale addensare in una zona di suo già profondamente disagiata ulteriori concentrazioni di marginalità sociale, se possibile più estrema di quella “autoctona”. Chiacchierando per il quartiere con gli abitanti, superata l’iniziale e comprensibile diffidenza, appena si chiede qualcosa sui problemi della zona, è molto probabile che la gente individui come colpevoli del degrado i rom, i “negri”.

Qui parlare di condivisibilissimi ma più che astratti concetti di “integrazione” non funziona. Mancano i servizi essenziali, manca il lavoro, la fonte di informazione della stragrande maggioranza delle persone è una televisione vergognosa, che diffonde sogni di ricchezza che mai si realizzeranno, e che ripete all’infinito menzogne senza contraddittorio, fino a quando queste non diventano “verità”.

Tor Sapienza non è un salottino ovattato di un’università. E’ tutto qui il capolavoro in cui le classi dominanti sono riuscite: convincere orde di poveri che la causa dei loro problemi è data da chi è più povero di loro. Da dove ripartire? Il lavoro sociale che bisogna portare avanti da queste parti è gigantesco. Ma non costringere le persone a pulirsi le strade da soli, sistemare caditoie pericolosissime di fronte a palazzi dove abitano anche persone disabili come denunciato quotidianamente dai residenti è il minimo che le istituzioni possano (e debbano) cominciare a fare,oltre a lavorare per avviare progetti di reale integrazione. Sebastiano Palamara

 

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