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Tor Pignattara: troneggia il murales degli Herakut

muralesUn toccante e nostalgico messaggio di solidarietà su un muro del quartiere romano.
Via Capua: una delle tante piccole stradine che compongono il ramificato quartiere di Tor Pignattara, nel V Municipio di Roma. Non si tratta di una via particolare: nient’altro che una delle numerose traverse che, da via Casilina, si inoltrano nel cuore dell’antico quartiere che fu teatro della Resistenza romana. Eppure, da alcuni giorni, il muro cieco di una delle tante palazzine che la percorrono in tutta la sua lunghezza, accoglie coloro che vi svoltano con un’immagine quanto mai emblematica, figlia della realtà attuale del vecchio rione: una giovane ragazza avvolta in un mantello, occhi nostalgici, piccole miniature su di sé, probabilmente la sua famiglia. Un’immigrata. Posa lo sguardo sui passanti e dice qualcosa: “Nel nostro momento di bisogno ci affidiamo alle persone come famiglia. Sarebbe bello se potessimo ricordarci di questi legami anche nei momenti di forza”. Lo dice in due lingue. Non resta che ricambiare lo sguardo, prima di andare oltre.
L’opera si deve al duo artistico degli Herakut (composto da Jasmin “Hera” Siddiqui e Falk “Akut” Lehmann).
È arte anche questa, è comunicazione, è un messaggio, in questo caso posto alle porte di un quartiere di nevralgico conflitto tra il sapore della romanità e il dubbioso esotismo dell’immigrazione. Perché Tor Pignattara è sostanzialmente questo: un connubio di culture. A Tor Pignattara il viso tipo non è più solo quello aneddotico e loquace del romano. Ce ne sono altri, diversi nei lineamenti eppure vicini di casa. Volti molto spesso velati, nei quali a parlare sono gli occhi, come quelli della bambina. È un’immigrata, sì, una rifugiata, una migrante d’oltremare che ha sfidato le acque del Mediterraneo e ora affronta il diverso, pensando alla sua famiglia. Perché, il più delle volte, le famiglie sono ancora al di là delle acque. E allora ci si affida alle persone, almeno finché non si ha la forza per cavarsela da soli. Sentirsi, se non fratelli, dei buoni “vicini di casa”, o perlomeno provarci. Non è facile, ma il messaggio è chiaro: è un’accoglienza, un invito a portare con sé le proprie radici, anche se ravvivano i fuochi di mali subiti, di prove insostenibili dalle quali è stato più giusto fuggire, a confrontarle, a cercare di raccontarle, magari nella stessa lingua, sia pur stentata. Parlarsi, raccontarsi. Poi tentare di comprenderci, con la romantica consapevolezza che, forse, potrebbe non essere così difficile. Damiano Mattana

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