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Tor Bella Monaca. Alla Comunità di Sant’Egidio, l’arte tra i palazzoni

premiazione-primo-premio-2Il giorno 10 novembre, presso la Comunità di Sant’Egidio, sita in via dell’Archeologia 74, sono state premiate tre opere della mostra dal tema “La forza degli anni”. Gli artisti? Dei disabili psichiatrici, che parlano con profondità ed espressione degli anziani: “un anello debole” che parla di un altro “anello debole”.

Nel cuore (sia geograficamente sia per le attività illegali per cui è tristemente nota) di Tor Bella Monaca, ovvero in via dell’Archeologia, al numero civico 74, superati i palazzoni grigi e sfatti, sorge un luogo ameno: un’oasi di verde, con erba tagliata all’inglese e panchine ad ogni lato, al centro della quale sorge la comunità di Sant’Egidio, ormai attiva sul quartiere dal 2008.

comunita-esterno-2Si tratta di un’associazione volontaria volta al sostegno dei bisognosi, in particolare degli anziani e dei disabili, di cui i volontari (anche se loro preferiscono definirsi “famiglia”) si prendono cura, organizzando attività ed eventi.

“Qui abbiamo due sedi fisse – spiega Simona Silvestre, una delle volontarie, nonché organizzatrice delle attività della comunità di Sant’Egidio di Tor Bella Monaca, che nella vita fa l’insegnante – in una delle quali gli artisti disabili creano le loro opere”. L’espressione artistica è una delle attività più amate tra i frequentatori della comunità ed infatti vengono organizzate delle mostre con tanto di premiazione: quella di quest’anno è stata sul tema degli anziani ed è per questo stata chiamata “La forza degli anni”.

simona-silvestre-con-umberto-uno-degli-artisti-dellopera-vincitrice“Ci vediamo tutti i mercoledì e tutti i venerdì, e ogni due anni scegliamo un tema su cui ci prepariamo: i ragazzi non si mettono subito a dipingere senza avere una preparazione. Per esempio, attraverso dei power point spieghiamo bene ai ragazzi l’argomento scelto. Quest’anno è stato ‘La forza degli anni’. Il tema degli anziani era generico, quindi abbiamo chiesto loro, pensando agli anziani, cosa gli venisse in mente. Sono usciti tanti temi importanti, come per esempio la lotta tra le generazioni, la “chiusura” negli istituti, la cultura dello scarto, che è nata sentendo un discorso di papa Francesco…”.

Ed in effetti, le opere esposte alla mostra, con una forza prorompente e disarmante, esprimono tutto ciò, in un modo che solo chi con le difficoltà ci convive da sempre può fare. Un’altra giovane collaboratrice, Federica, improvvisandosi curatrice, ci spiega le opere più efficaci e d’impatto, come l’installazione “Anziani invisibili”, una composizione a più mani vincitrice del primo premio, che pone l’accento sulla messa da parte degli anziani, così poco valorizzati da diventare, appunto, quasi invisibili. Un tema molto ricorrente è quello dell’istituto, come si vede nelle opere “Volevo usci’”, realizzata da un ragazzo che davvero ha vissuto l’esperienza del manicomio, oppure “Ho sete”, un’opera 3D semplice, ma che col suo tono sanguigno, rende bene l’idea di disperazione dell’anziano che, abbandonato sul letto del’istituto, non arriva neanche a prendersi il bicchiere d’acqua sul comodino. L’istituto è spesso descritto come una prigione (si notino l’opera “Tutti fuori” o “Insegnaci a contare i nostri giorni”), uno strumento di distaccamento da casa, e gli artisti lo esprimono straordinariamente.

premiazione-secondo-premio-2Federica ci indica poi un’opera che è la rappresentazione del tavolo da poker, oggetto scelto per il duplice significato dello “scartare” gli anziani dalla società, e del fatto che agli anziani piaccia giocare a carte: è chiaro che il tema portante della mostra è stato scandagliato in ogni suo aspetto, e che il lavoro dei due anni precedenti l’evento, è tanto.

Simona ci delinea ogni momento della “famiglia” di cui fa parte: “Tutte le domeniche, dopo la liturgia, facciamo il pranzo con gli anziani, il sabato a volte lo preparano loro stessi… Ma molti dei ragazzi disabili vengono a casa mia, per esempio, quindi ci vediamo anche al di fuori dei canonici appuntamenti settimanali”.

“Nell’altra sede delle due di via dell’Archeologia 74, sono ospitati i Giovani per la Pace”, alcuni dei quali hanno composto un piccolo gruppo musicale, i The Change, che durante la premiazione si sono esibiti.

“A far parte della grande famiglia ci sono anche i bambini della Scuola della Pace – continua Simona  -frequentanti la scuola primaria, che vengono qui per essere aiutati coi compiti, ma il messaggio principale che vogliamo trasmettere loro è abituarli ad una convivenza di pace, e quindi vengono abituati al contatto coi bambini rom e di altre nazionalità, e insieme vivono dei momenti di festa”.

Alla premiazione delle opere più belle, avvenuta il giorno 10 novembre, sono intervenuti l’Assessore alle Politiche Sociali Filipponi, nonché vicepresidente del municipio, poi Giorgio De Finis, ideatore del MAM, il museo d’arte contemporanea della zona Tor Sapienza, ma a parlare con toni più trasportanti è stato il docente universitario Zuccari, particolarmente vicino alla Comunità, come ci spiega la Silvestre: “Ci aiuta a selezionare le opere, quelle qui esposte provengono da tutti i quartieri di Roma in cui sono presenti le sedi della Comunità di Sant’Egidio (abbiamo infatti laboratori a Ostia, a Garbatella, a Vigne Nuove, etc), quindi vengono scelte le più belle da esporre alla mostra. Le opere “stile Tor Bella Monaca” sono però riconoscibili e sui generis, perché particolarmente colorate, visto che vogliamo combattere il grigiore che caratterizza la nostra periferia. Evidentemente questa missione emerge prorompente ed è apprezzata, visto che tutti e tre i quadri vincitori provengono proprio dal laboratorio di Tor Bella Monaca.”

opera-vincitrice-anziani-invisibiliLa Comunità di Sant’Egidio ama aiutare, e ne ha per tutti i gusti: “Non tutti i ragazzi si esprimono attraverso l’arte, quindi per dare spazio a tutte le forme d’espressione, la sede è divisa in tre aree, in cui, nella prima parte si dipinge, nella parte di mezzo si producono i testi, mentre nella parte finale si creano le installazioni, come l’opera vincente, “Anziani invisibili”. All’inizio, per realizzarla, s’era pensato di fare delle sagome trasparenti, ma ci siamo poi resi conto che senza nulla, quindi nella sua soluzione finale, l’opera è più d’impatto”. Anche le altre opere che hanno meritato il podio hanno una voce tutta loro: la seconda classificata è stata “A mio nonno Salvatore”, con i colori della quale l’artista ricorda l’affettuoso legame col nonno vetraio, mentre la medaglia di bronzo l’ha conquistata l’opera collettiva dal titolo “Percorsi”.

Per non abbandonare le famiglie con disabili, ma neanche far vivere a costoro il senso di abbandono da chiusura in un istituto, la Comunità di Sant’Egidio si presenta a tutti gli effetti come la dorata via di mezzo: Simona racconta addirittura che si è proceduto con successo ad un esperimento di “convivenza combinata”. A Largo Mengaroni sono state “combinate” infatti a vivere insieme una ragazza disabile che lavora e un’anziana che ha la casa, così è possibile pagare una badante, mentre loro volontari si premurano di dare una mano. Di essi ce ne sono una parte fissa, composta da dieci membri,  che si occupa della questione organizzativa, relativamente per esempio agli eventi, o che organizza le”trasferte” in ospedale nel caso in cui qualcuno sta male ed è stato ricoverato.

 Viene organizzata una tantum anche la domenica del cuore: dei medici dell’ospedale romano Gemelli vengono a visitare gli “ospiti”della Comunità, soprattutto per venire incontro agli indigenti. Insomma, capiamo bene che i bisognosi che si affidano ai volontari della Comunità di Sant’Egidio sono seguiti per molti, se non quasi tutti, gli aspetti del loro quotidiano, “Perché – dice Simona – noi puntiamo a non farli venire qui tanto per, ma perché siano felici di essere qui, di essere insieme”.

Per conoscere un po’ la storia di questa grande famiglia dal grande cuore, Simona ci racconta un po’ di storia: “La Comunità di Sant’Egidio è nata nel 1968, sull’onda dell’atmosfera ribelle sfociante soprattutto nel ceto giovanile voglioso di fare qualcosa per la città. Il professor Alessandro Zuccari, intervenuto durante la premiazione, è appunto un sessantottino fondatore della Comunità. I giovani sono stati presenti fin dall’inizio nelle periferie, anche se poi questo laboratorio è stato inaugurato nel 2008. All’inizio si riunivano nelle baracche sul Tevere, la vecchia periferia, che con la dilatazione della città di Roma si è progressivamente spostata. Questo per dire che l’interesse della periferia è sempre stato al centro della Comunità, al fine di cambiarla, migliorarla, non marginalizzarla, con una specifica attenzione per gli anziani e i disabili. Queste mostre ne sono un po’ il prodotto, emerge la profondità di persone che hanno solo bisogno dei giusti modi per esprimersi”. Giulia Sfregola

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