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Tor Bella Monaca. Aggredito bengalese per la casa popolare

dulal-1Il 52enne cardiopatico pestato dopo aver chiesto indicazioni in largo Mengaroni.

Lo scorso 26 Giugno, a Tor Bella Monaca, un bengalese 52enne, Dulal Howlader, viene aggredito da 4 ragazzi tra i 20 e i 25 anni. L’uomo si era fermato a chiedere dove fosse l’alloggio popolare che gli era stato assegnato dal Comune. Alla richiesta i 4 ragazzi lo hanno prima insultato, poi pestato. Due abitanti del quartiere hanno visto la scena, messo in fuga gli aggressori e chiamato la polizia. L’aggredito riferirà che già qualche giorno prima aveva ricevuto offese a sfondo razzista dopo aver chiesto indicazioni nella stessa zona. Dulal è un cittadino italiano, lavora regolarmente in un noto ristorante di Prati. A Roma dal 1993 aveva scelto lui stesso Tor Bella Monaca perché ben collegata all’università di Tor Vergata dove il figlio frequenta la facoltà di Ingegneria. In cima alle liste di assegnazione perché invalidi sia lui, cardiopatico, che la figlia, costretta su una sedia a rotelle.

dulal-raggiLe parole dell’avvocato. “Gli investigatori stanno cercando 4 ragazzi rasati, 3 mori e uno biondino” ci informa Paolo Palma, avvocato dell’uomo aggredito. “Sono state proferite frasi razziste ma l’impressione è che l’aggressione sia dovuta più dall’assegnazione della casa popolare o comunque alla bravata di un gruppo di sbandati, piuttosto che a una azione di razzismo politico. I 4 bulli hanno detto che non c’era posto per lui in quel quartiere, che le case erano tutte piene”. Alla brutalità di un gruppo di giovani abbandonati alla torbida staticità della periferia corrisponde il coraggio e il senso civico di chi quella stessa periferia la vive in un modo più costruttivo: “Va sottolineato il fatto che due abitanti del quartiere si sono fermati, hanno messo in fuga i ragazzi, soccorso Dulal e chiamato la polizia, a dispetto della fama che si vuole attribuire agli abitanti di questo quartiere – precisa l’avv. Palma – inoltre il pestaggio è stato messo in atto materialmente da due dei giovani, quello biondino e un altro. Gli altri due hanno dapprima insultato l’uomo ma poi si sono dissociati dal pestaggio. Il mio assistito è stato ricevuto in Comune e proprio oggi (14 luglio ndr) sono state proposte quattro abitazioni alternative che purtroppo non ha potuto accettare: due di queste case erano senza ascensore, conditio sine qua non data la grave disabilità della figlia; le altre due sono state proposte di nuovo a Tor Bella Monaca, quartiere che Dulal non ha più intenzione di frequentare, nonostante prima dell’accaduto non avesse alcun pregiudizio sulla zona, scegliendola di sua volontà come luogo dove vivere”.

Che razza di razzismo: inversione della lotta di classe. L’aggressione avvenuta a Tor Bella Monaca è molto più complessa da analizzare rispetto alle azioni politiche di gruppi come Forza Nuova, Casapound e simili. Mentre questi ultimi sono agglomerati pseudo-politici che si rifanno a teorie confutate scientificamente tanti anni fa, che inneggiano a regimi ai quali probabilmente non avrebbero resistito un giorno, che interpretano la storia e la società con una ignoranza lampante, che lucrano (così come succede pure nell’estrema sinistra) sul bene primario della casa attraverso sistemi di occupazione e assegnazione totalmente illegittimi e antidemocratici, vestendo queste scorribande da azioni partitiche così da legittimare e istituzionalizzare la loro stessa ignoranza. Tutto ciò è chiaro, inconfutabile, lo vediamo quando si riversano in strada come tanti soldatini a cacciare, rigorosamente in 20 contro 1, quel clochard o quel lavavetri oppure il grattacheccaro sul litorale come è successo qualche giorno fa. Con le loro barbe nere e le acconciature che assomigliano sempre di più a quelle della sinistra intellettualoide, in un turbine di “Hypsteria” collettiva che omologa anche le menti con gli ideali più distanti. Le teste rasate non hanno resistito alla moda di ciuffi e barbe… A Tor Bella Monaca è successa un’altra cosa, un atto di furia sociale, la rivendicazione territoriale di un alloggio, l’incapacità di accettare non la diversa tonalità di un incarnato, ma una conquista a livello sociale, la casa, ottenuta da un soggetto non facente parte di una ristretta cerchia di altre vittime della periferia. Probabilmente sarebbe successo anche se l’assegnatario fosse stato napoletano oppure di Bracciano. Quei ragazzi hanno bisogno di leggere, di togliersi da determinati ambienti, di coltivare passioni e interessi. Quei ragazzi sono l’espressione più grave di una parte di preconcetto che tutti noi abbiamo nei confronti di chi raggiunge una posizione sociale appena più tranquilla della nostra. Questo non succede con chi ha una posizione sociale molto più agiata, quello, invece, è adulato e probabilmente gli si perdonerebbe tutto e gli si stenderebbe un tappeto rosso in virtù della sua ricchezza, tanto più ammirata quanto più raggiunta con sistemi dubbi. Oggi funziona così, una strana inversione della lotta di classe di un tempo che vede le classi più disagiate sbranarsi tra loro mentre si fanno piccole piccole davanti alla ricchezza.

Un errato senso di appartenenza. “Qui non c’è posto per te, le case sono tutte piene”, con questa frase gli aggressori hanno cominciato a picchiare Dulal. Probabilmente l’appartamento è già occupato illegalmente, oppure no, sta di fatto che le minacce e gli improperi suonano come la difesa di un fazzoletto di terra di cui si voglia preservare la disperazione. Un senso di appartenenza alla propria stessa rovina, alla chiusura e ghettizzazione di luoghi che trarrebbero solo giovamento dalla diversificazione dei soggetti che li abitano. Si sviluppa, in questo modo, un senso di appartenenza che non ha un valore civico, ma è la rassegnata conservazione della propria disperata condizione e dell’insalubre ambiente in cui essa si alimenta. Quasi una sorta di sindrome di Stoccolma, o il contrario della sindrome di Stendhal, cioè una cospicua fetta di popolazione che, oltre ad essersi abituata alle brutture e al degrado in cui vive,  le protegge, esprimendo un sentimento positivo e di appartenenza verso quei fattori che li rendono soggetti svantaggiati.

Il bello nel brutto e il brutto del buono. Ci sono persone e organizzazioni che combattono questa tendenza. A Tor Bella Monaca sono tante e sono molte anche le iniziative per restituire quel minimo di bellezza necessaria a vivere. É a queste realtà e non alla politica, che ci si deve affidare, perché hanno la capacità di trovare il bello nel brutto, di trasformare gli aspetti negativi di una società e di un quartiere martoriati, in poetica del bello, in comunicazione, perché sono composti da persone cresciute nello stesso pantano e che quindi hanno strumenti più fini per comprendere situazioni come questa. I due soccorritori ne sono l’espressione, Tor Bella Monaca è loro, più che di tutti i criminali e gli spacciatori che ci hanno piazzato dentro. Il raggiungimento di qualsiasi diritto civile non può essere determinato dal colore della pelle, altrimenti torneremmo indietro di almeno 70 anni. Bisogna anche mettersi in testa che laddove ci sono comunità integrate di persone straniere, c’è fermento culturale. A Roma est succede sempre più spesso. Se un quartiere diventa fervente a livello culturale le case cominciano a costare di più e chi ci guadagna sono i padroni di casa, quindi gli italiani. É superfluo dirlo, ma va ricordato a tutte quelle persone che si reputano “buone”, o comunque estranee da ogni comportamento pericoloso ma che magari affittano in maniera irregolare le loro case a famiglie intere di immigrati per poi lamentarsi del numero di stranieri nel loro quartiere o anche a chi è estraneo a questo tipo di meccanismi e a maggior ragione si sente buono e tollerante ma inizia le frasi così: “Io non sono razzista, però ci sono tanti italiani che non hanno….”. Nel 2017 siamo ad un livello di consapevolezza maggiore e quindi sì, questa frase vuol dire essere razzisti. Marco Severa

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