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Terremoto Centro Italia.Lo spettacolo della morte, la necessità di appartenenza, l’esigenza di abituarsi al nuovo

FB_IMG_1472226929080Riflessione sulle reazioni degli italiani all’ennesimo sisma che ha colpito l’Italia.

Il 26 agosto 2016 la terra trema nelle province di Rieti, Ascoli Piceno e Perugia; il 20 maggio del 2012 inizia lo sciame sismico che ha colpito l’Emilia Romagna; il 6 aprile 2009 L’Aquila viene distrutta; tra il 1997 e il 1998 anche Umbria e Marche vengono gravemente colpite dal terremoto e si potrebbe continuare a ritroso contando le migliaia e migliaia di morti sotto le macerie fino ad arrivare agli spaventosi terremoti del XVII secolo che già rasero al suolo Amatrice e la provincia di L’Aquila come una macabra mola che segue il suo inesorabile giro tornando a macinare vite e luoghi. Il terremoto non si vede, non è un’alluvione o un incendio che potrebbero dare il tempo di accorgersi della gravità dell’evento, non è un fenomeno che da un’idea del suo svilupparsi: finisce pochi istanti dopo essere cominciato, distrugge senza progressione, tutto d’un colpo, trasforma  l’ambiente in pochi secondi e sembra concepito per colpire il genere umano: di per sé sarebbe quasi innocuo se non fosse per le costruzioni edificate dall’uomo.

FB_IMG_1472226849386Morte non violenta

Come in tutte le grandi tragedie naturali, il lutto che deriva da questi eventi è scevro di interpretazioni ideologiche: tutti partecipano al dolore in un cordoglio universale. L’opinione  pubblica è ormai abituata (e deliberatamente sceglie) ad assistere alla spettacolarizzazione della morte e della violenza che viene utilizzata per creare grandi impianti narrativi a reti unificate: interminabili focus su uxoricidi e delitti passionali in rotazione nel primo pomeriggio per le casalinghe; decapitazioni ISIS e morti per terrorismo sul web e nei programmi serali di politica per il pubblico adulto e impegnato, programmi sulle morti più divertenti di pomeriggio o di notte sulle nuove reti digitali per i ragazzi più giovani. Morte, violenza, sesso, sono topos talmente presenti nei mezzi di informazione da essere stati quasi ridicolizzati e utilizzati per creare diverse correnti di opinione pubblica. Su una morte, soprattutto se di natura violenta, sembra si possa sempre discutere: dal radical chic che giustifica le morti di Parigi col colonialismo al Papa, guida spirituale di milioni di persone nel mondo, che durante una conferenza stampa, interrogato sulla strage di Charlie Hebdo disse: “Se tu dici una parolaccia su mia madre ti devi aspettare un pugno, è normale, non si può prendere in giro la fede”. Un terremoto, in questo senso, pare essere quasi un sollievo per le parti sociali perché manca l’elemento scissorio della violenza e ci si può far trasportare dal cordoglio senza prendere posizione. Proprio per questo i luoghi terremotati diventano luogo di contraddizione: volontari, sciacalli, sopravvissuti, morti, famiglie sul lastrico, politici, troupe televisive avide degli sguardi più disperati, case distrutte accanto a case integre; la massa eterogenea che formicola tra le macerie dopo un terremoto è il riflesso di un popolo che non ha ancora capito bene cosa vuole fare e il cui abbandono spasmodico a moti di straordinaria solidarietà e sentimenti ecumenici ben impacchettati è si una virtù nobile, ma anche nevrotica reazione all’assenza di qualsiasi sentimento di appartenenza.

FB_IMG_1472226857024Restauro o ricostruzione, rudere o maceria?

“Cambiamento” è la parola che fa più presa di questi tempi, ma quando si tratta di ricostruzione si fa leva sull’immobilità e la cristallizzazione: “il borgo verrà ricostruito lì dov’era proprio com’era prima” e giù applausi e consensi. Con facili sentimentalismi basati sulla nostalgia di ciò che è stato, sulla soporifera sicurezza dell’abitudine, del noto, a cui il popolo italiano è facile adeguarsi, si sciupa la più grande delle occasioni che si possono avere per ricostruire un sistema in maniera appropriato: la “tabula rasa”. Le grandi capitali europee, rase al suolo dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, furono ricostruite e concepite in maniera moderna e quindi più vivibile proprio perché hanno sfruttato lo stadio “0” che la distruzione aveva imposto. Non si tratta di distruggere monumenti, attentare alla memoria o mancare di rispetto ai terremotati ma semplicemente fare ciò che sarebbe logico: costruire meglio, altrove e in maniera moderna. Rinunciare ai caratteristici dedali di vicoletti sali e scendi che sono tanto carini ma poco vivibili perché venuti fuori da un’assenza di piani urbanistici  non vuol dire voler male all’Italia ma voler bene agli italiani. Il terremotato che grida all’ingiustizia perché non gli è restituita la sua casa nel suo paese o perché il paese non è stato ricostruito come era prima, va educato all’evoluzione, per quanto duro possa essere, perché se non sfruttasse la sua condizione “0” per ricostruire il nuovo bensì per ripristinare il vecchio, sarebbe vittima del terremoto per due volte. Di pochi giorni fa la notizia della riapertura di Trinità dei Monti restaurata da Bulgari, mentre già dal 2013 e fino al 2028 il Palazzo della civiltà italiana a Roma (noto come “colosseo quadrato”) è stato ceduto in affitto alla casa d’alta moda Fendi. Nel luglio scorso sono terminati i lavori di restauro del Colosseo, finanziati da Della Valle non senza bacchettate dalla Corte dei Conti. Gli investimenti che i nostri mecenati, massimi esponenti del costume italiano all’estero,  sono disposti a sostenere, sono rivolti al restauro di monumenti, e non alla costruzione del nuovo e questo è un sintomo del pericoloso attaccamento al passato. Perché questi grandi imprenditori italiani preferiscono investire su un singolo monumento piuttosto che sulla ricostruzione di un intera città? Siamo più inclini al restauro, preferendo ripristinare anche un errore, piuttosto che impegnarci per il nuovo. Per quanto la terra possa tremare le nostre menti rimangono ferme, soggette all’inganno che ci fa scambiare macerie per ruderi monumentali.

 Marco Severa

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