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Roma verso le elezioni

AULA_GIULIO_CESARE_d0La competizione elettorale di primavera ha riacceso gli animi nei partiti ma, mentre nel centrosinistra sono riusciti a far quadrato, il centrodestra punta su Bertolaso e il M5S rimane al palo. Incognita Marino e, nei Municipi, resta fuori Scipioni al VI.

È cominciata la corsa – o l’assedio – al Campidoglio, l’ambito colle romano secondo solo al Quirinale. Una partita difficile, le inchieste, trasversali, di Mafia Capitale e quelle relative alle società del Comune, l’Atac e l’Ama su tutte, che hanno scoperchiato una serie di gravi irregolarità, risuonano come macigni nelle coscienze degli elettori romani. La tensione e il trambusto sono comprensibili, assicurarsi Roma alle amministrative, una piazza assai controversa, minata dalla crisi e dal tessuto sociale frastagliato, significa mettere un’ipoteca alle elezioni nazionali. Che, stando ai rumors, sarebbero dietro l’angolo. E, in questo clima, al momento solo il centrosinistra, segnato dalle lotte intestine, è riuscito a dimostrare di avere le idee chiare. Si fa per dire.

Da largo del Nazareno, quartier generale del Pd, il centrosinistra ha proposto, al vaglio delle imminenti Primarie, una rosa composta da cinque candidati, più o meno conosciuti. C’è Roberto Giachetti, sostenuto da Renzi in persona e caldeggiato dai Giovani Turchi di Orfini, dalla corrente marroniana e, infine, dal Presidente Zingaretti. A seguire c’è l’ex assessore all’urbanistica ai tempi di Veltroni, Roberto Morassut, espressione proprio dell’ex-sindaco insieme alle variegate aree che fanno riferimento a Bettini e D’Alema/Bersani. Il suo nome è legato all’ultimo Piano Regolatore Generale, da molti considerato un obbrobrio. Un altro candidato delle Primarie è l’indipendente Stefano Pedica, definito un “viaggiatore dei partiti”: democristiano, vicino a Clemente Mastella, dipietrista della prima ora e adesso un convinto renziano. Il Centro Democratico, invece, ha puntato tutto sul sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi, eletto alla Camera col movimento di Mario Monti, che non è proprio una garanzia. L’ultimo candidato è Gianfranco Mascia, il portavoce romano dei Verdi: “Non vi nascondo – sono state le dichiarazione riportare dal Giornalettismo – che è una sfida squilibrata e complicata. Giachetti e Morassut con i loro apparati e i loro finanziatori potranno fare la differenza”. All’ultimo minuto si è inserita, provocatoriamente, Chiara Ferraro, una ragazza autistica.

Ma le insidie maggiori arrivano dall’esterno, al di fuori dei candidati ufficiali. Ignazio Marino, che non ha digerito le coltellate del Pd, si è detto pronto a scendere in campo con una “lista dei cittadini”, alternativa alla corazzata ribollita di Renzi, tant’è vero che qualche giorno fa è nato il movimento “Marziani con Marino”. Un’operazione che ha attirato le simpatie dell’ex-ministro Stefano Fassina, ora Sinistra Italiana. E sulle Primarie del 6 marzo, l’ex-sindaco non ha lesinato critiche: “L’attuale gruppo dirigente del Pd che propone le primarie a Roma è lo stesso che le ha violentate e tradite, mandando via con un atto dal notaio, il 30 ottobre 2015, chi come me le aveva stravinte. E non hanno neanche l’onestà di restituire agli oltre centomila votanti le centinaia di migliaia di euro che chi ha fatto la coda ai gazebo aveva versato per votare. Sono una farsa, io non andrò a votare”.

Nel centrodestra sembra ormai ufficiale la candidatura di Bertolaso, fedelissimo di Berlusconi. Di nomi se ne erano fatti a mazzette. Bocciata la carta Alfio Marchini, caldeggiato dal Nuovo Centrodestra di Alfano, ma inviso soprattutto alla leader di Fratelli D’Italia, Giorgia Meloni, e tramontata l’opzione Rita Dalla Chiesa, per sua volontà, gli sguardi si sono soffermati anche sul deputato romano Fabio Rampelli, un “fedelissimo” della Meloni stessa. A giocare in favore di Rampelli, il “Gabbiano di Alleanza Nazionale”, la sua esperienza e militanza sul territorio capitolino, e ciò potrebbe convincere sia Berlusconi che Salvini per una seconda candidatura. In campo, in solitaria, anche Francesco Storace, segretario de La Destra, sostenuto dal capogruppo di Forza Italia in regione Antonello Aurigemma. Certo è che Fratelli di Italia ha perso l’occasione politica di imporsi su Roma, allineandosi invece ai diktat di Berlusconi. Deserto dal M5S, cosa alquanto strana per un movimento che, in teoria, aveva le carte in regola per sbaragliare tutti. Si vede che anche da quelle parti si respira un’aria tesa, come nel partiti tradizionali, al punto da impedire ai vertici romani di tirare fuori dalla rete un candidato per la poltrona di sindaco.

Sul fronte dei Municipi, il commissario romano Orfini è stato chiaro: “Tutti i presidenti sono riconfermati, tranne Scipioni. Le primarie si faranno solo nei territori dove serve (come nel VI Municipio ndr)”. E cioè, in parole povere, nel caso in cui i presidenti si ritirino indietro o tentino la scalata in Consiglio Comunale. E se Giammarco Palmieri, del V, si è subito ricandidato, nonostante le antipatie del territorio, Scipioni, ascoltato persino dalla commissione parlamentare Antimafia, presieduta dalla Bindi, è rimasto al palo. Solo, con una manciata di scudieri, che, sicuramente, insieme a lui, resteranno fuori dal Pd. L’ ipotesi più accreditata è che Scipioni venga raccolto da Marino o da Marchini. I possibili candidati presidente del centrosinistra in VI, sono Svetlana Celli, Mariano Angelucci e Dario Nanni. Usato sicuro. Nel centrodestra, invece, sarebbero sputati i nomi di Marco Di Cosimo, ex presidente della commissione urbanistica ai tempi di Alemanno, e Sandro Battistini, già capogruppo del Pdl in Municipio. E c’è chi, tra i tanti, avrebbe avuto il coraggio di buttare nella mischia l’ex-presidente Massimiliano Lorenzotti. Una cosa è certa, in entrambi gli schieramenti, non si respira di certo un’aria nuova.

David Nicodemi

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