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Quando è Roma a fare scuola

violenza_donna03In 25 anni le cooperative di donne sono diventate un faro nel panorama nazionale.

La controversa stagione politica romana non ha certamente giovato alla costruzione di un clima sereno e propositivo. Perseguitati silenti sono i servizi culturali ed assistenziali che arricchiscono e saldano le relazioni e le reti sociali cittadine. I centri antiviolenza fanno parte del novero delle vittime di questa situazione confusa. Eppure Roma ha fatto scuola in questi 25 anni di attività, come ci racconta la dott.ssa Ercoli, presidente dell’associazione Differenza Donna.

Roma ha aperto il primo centro anti violenza a Monteverde nel 92 finanziato dalla Provincia di Roma ancor prima di avere una legge regionale per l’apertura di simili attività, cosa che arriverà solo l’anno successivo. Fucina di questa iniziativa, ricorda ancora la Ercoli, fu un grande convegno in cui si incontrarono donne e movimenti di donne da tutto il mondo che ebbero l’occasione di scambiarsi saperi ed esperienze. L’idea che un Centro antiviolenza, già collaudato in altri Paesi europei, potesse essere inteso come un luogo di donne per le donne sembrò piena di significato. Ci si impegnò nella costruzione di un luogo dove realmente accogliere le donne vittime di violenza “privo di stereotipi e pregiudizi patriarcali”, un luogo dove “non colpevolizzarle e non giudicarle ma dove anzi avere un coinvolgimento personale e politico tale da desiderare la loro fuoriuscita nel mondo per poi produrre cambiamento culturale per tutti”.

Dopo essersi accodato allo stuolo di finanziatori istituzionali, il Comune di Roma decise di fuoriuscire e aprire un suo proprio centro, a Torre Spaccata appunto, nel 97.

“Da allora questi due centri sono rimasti aperti ed attivi a pieno ritmo fin del loro primo giorno di lavoro”, spiega ancora la Ercoli ricordando che, sebbene in altre realtà italiane come Bologna, centri antiviolenza siano stati aperti prima, mai nessuno aveva potuto vantare il sostegno continuativo nel tempo delle istituzioni locali: “E questo fa enorme differenza. I centri romani hanno potuto godere di una sicurezza tale da dare continuità anche alla costruzione di nuovi saperi, al monitoraggio del fenomeno, alla costruzione della rete territoriale” spostando molto in alto l’asticella delle buone pratiche.

Il modello Roma si è distinto anche per l’approccio: “Da noi le donne non vengono per nascondersi, ma pretendiamo una partecipazione delle istituzioni e della cittadinanza che sia di solidarietà e di sostegno per le donne. Se viene un uomo in un centro alla ricerca della propria compagna è lui che allontaniamo, non è la donna che nascondiamo”. Un’impostazione che nulla ha a che vedere con il grado di pericolo, ma con la necessità di creare un ambiente sociale e culturale che possa prevenire e correggere certe distorsioni comportamentali .

Per quanto esistano  residenze in cui possono trovare ospitalità fra i 3 e 6 nuclei famigliari, i centri rimangono luoghi dove prendere parola sulla storia di violenza, un processo che dura in maniera variabile a seconda delle donne. “Una volta che hanno raccontato la loro storia lavoriamo su un progetto (di reinserimento, ndr). Poi la donna può uscire e continuare il percorso sola e fuori dal centro”.

Riedificare il senso di sè, l’identità, l’autostima delle donne vittime di violenza è un compito arduo che questi centri si sono assunti. Un processo che può essere affrontato solo nel lungo periodo e con un indispensabile sostegno dalle istituzioni che gradualmente, però, sembra battano in ritirata.

Oggi le pari opportunità, nel migliore dei casi, sono accorpate ai servizi sociali: una delega che ha uno spettro così ampio di competenze da non riuscire a sopperire in maniera mirata a tutte le istanze sociali che arrivano dalla comunità civile. Non esiste neanche più un Ministero dedicato, inequivocabile interlocutore e referente quando si tratta di politiche orientate alla parità di genere. E’ come se tutto oggi tendesse al neutro, sottolinea il presidente di Differenza Donna. E lo sappiamo: il neutro è sempre un po’ più maschile che femminile.

Emanuela Martelluzzi

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