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Pigneto. Contro il “triangolo” del narcotraffico una raccolta firme per coltivare la cannabis

La raccolta firme al Pigneto, foto presa dalla pagina Fb  de Pigneto.itDa mesi i residenti dello storico rione segnalano a Prefetto, Sindaco, Presidente del V e Regione il dramma dello spaccio nelle ore serali e notturne: disegnata una mappa che descrive il disagio. Le associazioni e i comitati del territorio hanno organizzato una raccolta firme per combattere la malavita.

“Noi siamo i testimoni delle politiche proibizioniste”. Questo scrivono pubblicamente sulle locandine che girano per il quartiere “gli abitanti del Pigneto e i loro amici”. Sono i cittadini stanchi del narcotraffico e delle operazioni repressive e violente delle Forze dell’Ordine. Hanno disegnato una mappa, quasi un inventario sullo spaccio di droga (pesante e leggera) nelle loro strade: viene definito dal sito Pigneto.it “il triangolo della vergogna”. Si articola tra via del Pigneto, via L’Aquila e circonvallazione Casilina. In quegli angoli spacciatori e delinquenti vivono “di violenze, intimidazioni e prevaricazioni costanti” nei confronti dei residenti, spesso sotto gli occhi dei poliziotti. Le Forze dell’Ordine spesso si scatenano con spettacolari retate, con spiegamento di camionette di Polizia, Carabinieri e Finanza. Ma questo non dona sicurezza ai cittadini, anzi aumenta la sensazione di essere sempre in pericolo. Hanno chiamato in causa le istituzioni, ma invano: Marino, Zingaretti, Palmieri, il Prefetto, il Questore di Roma e il Pubblico Ministero, che ha archiviato le denunce contro lo spaccio organizzato. Le associazioni e il Comitato abitanti del Pigneto si sono mossi per conto loro, presentando una raccolta firme per piantare e coltivare i semi della cannabis, nonchè per promuove la formazione dei cosiddetti “social club”, centri per l’uso consapevole, la prevenzione e la mediazione sociale.

Legalizzare la produzione porterebbe, come dicono gli abitanti, diversi vantaggi: “Può liberare i consumatori dal mercato mafioso e il territorio dalla violenza del narcotraffico, può dare opportunità di lavoro, può liberare soldi da usare per curare e prevenire tossicodipendenze”. Spiega Lauri, del centro culturale Lo Yeti: “Chi si occupa di queste problematiche lo fa in forma assolutamente volontaria, slegata da gruppi partitici, sacrificando parte del proprio tempo libero. Il social club che abbiamo in mente non è composto solo da consumatori di cannabis, ma vorrebbe essere un’associazione dove discutere ed esprimere soluzioni per problematiche territoriali. L’idea alla base è che le persone in trattamento terapeutico di cannabis, essendo soggetti che hanno dovuto attivarsi e lottare per vedere riconosciuto un proprio diritto, abbiano l’interesse e la capacità per essere il fulcro intorno a cui creare un’associazione utile alla comunità”. Gli esempi europei dimostrano che più della repressione questi centri possono svolgere un efficace ruolo antagonista al propagarsi del narcotraffico. La raccolta firme continua, l’obiettivo è raggiungere quota 1000 per sensibilizzare l’amministrazione, alla luce del fatto che in Parlamento già ci sono almeno 5 diverse proposte di legge contro il proibizionismo. Manuel Manchi

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