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Piazza Fontana, 47 anni dalla strage di Stato senza colpevoli

02 archivio_MGZOOMChi fece la prima segnalazione via radio alla Questura di Milano, intorno alle 16.40 di quel venerdì pomeriggio di fine ‘69, parlò di “un paio di feriti” e azzardò che forse era esplosa una caldaia. Il bilancio finale contò 17 morti e 88 feriti.

Altre quattro bombe esplosero quello stesso pomeriggio in rapida successione, e fecero almeno altri venti feriti. Dopo circa dieci procedimenti, depistaggi, annullamenti, nuovi processi e una serie infinita di rinvii, il sipario sulla partita giudiziaria è calato definitivamente nel 2005: tutti assolti, tranne il reo confesso Carlo Digilio di Ordine Nuovo, condannato per aver fornito l’esplosivo utilizzato per compiere la strage. Nonostante le assoluzioni, secondo i giudici è stato pienamente dimostrato che la strage di Piazza Fontana venne realizzata da «un gruppo eversivo costituito nell’alveo di Ordine Nuovo veneto,capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura»; tuttavia, Freda e Ventura non sono più condannabili per gli stessi fatti, essendo già stati assolti in via definitiva con una sentenza che la Cassazione ha confermato nel 1987. Per i parenti delle vittime si anche è aggiunta l’indecente beffa della condanna al pagamento delle spese processuali.

Giuseppe_PinelliLe indagini e il ‘malore attivo’ di Pinelli. Le indagini si indirizzarono rapidamente verso la sinistra extraparlamentare e soprattutto verso gli anarchici, privi di protezioni politiche, e che nell’immaginario comune rappresentavano lo stereotipo del sovversivo più pericoloso e più facilmente criminalizzabile. Molti furono fermati come sospetti già la sera del 12 dicembre. Il 1969 era stato un anno zeppo di attentati dinamitardi la cui matrice neofascista era chiara già allora, ma ad esser presi di mira dalla magistratura furono soprattutto gli anarchici. Sarà proprio l’anarchico Giuseppe Pinelli, la sera del 15 dicembre 1969, a volare dal quarto piano della Questura di Milano, a causa di quello che l’allora giudice istruttore Gherardo D’Ambrosio definì come ‘malore attivo’.

La strategia della tensione. Con la strage di Piazza Fontana  ha inizio la stagione delle stragi e della cosiddetta strategia della tensione; tra gli episodi più sanguinari  ci furono la strage di Piazza della Loggia e quella sul treno Italicus nel 1974, l’attentato alla stazione di Bologna dell’’80 e al rapido 904 nell’84. Bisogna evidenziare come l’Italia aveva ereditato dal ventennio fascista una parte significativa della sua burocrazia statale e degli apparati di polizia: quasi nessuno tra funzionari di PS, vertici delle forze armate e dei servizi, magistrati e quadri ministeriali aveva avuto rapporti con la Resistenza; molti, invece, erano stati legati al regime fascista. Ad esempio,Marcello Guida, questore di Milano all’epoca della strage, era stato un fedelissimo del Duce e aveva diretto, a partire dal 42, il carcere di Ventotene, dove passarono Pertini, Rossi, Spinelli. Nel dicembre ‘69 due noti giornali inglesi pubblicarono un fascicolo, spedito dal ministero degli Esteri greco al proprio ambasciatore a Roma, in cui si fa aperto riferimento a un imminente golpe di destra in Italia. La conflittualità nel paese era allora fortissima, così come le rivendicazioni sindacali. Nelle elezioni del 68 il PCI aveva visto crescere i suoi consensi, a cui si sommavano virtualmente quelli del PSIUP, che aveva superato il 4% e si trovava anch’esso all’opposizione. Cinque milioni di lavoratori erano in mobilitazione permanente; le ore di sciopero passarono in un anno da 74 a 303 milioni.

strage_piazza_fontana4Le bombe del 12 dicembre rappresentarono l’apice di una serie di attentati la cui matrice neofascista è stata ormai appurata, così come è assodato che l’estrema destra ha svolto il ruolo di ‘braccio armato’ all’interno di un progetto eversivo di più vaste dimensioni, promosso da settori maggioritari degli apparati dello Stato e della classe dirigente italiana. Questo progetto era finalizzato ad attuare una svolta autoritaria in un Paese il cui asse politico stava virando ‘troppo’a sinistra. La destabilizzazione seguita alla strategia stragista, aveva l’obiettivo di risolvere gli enormi conflitti che attraversavano l’Italia in quegli anni attraverso l’instaurazione di un governo autoritario, perlopiù in chiave anticomunista. Lo spauracchio di un’invasione sovietica era in auge nell’immediato dopoguerra ma  anacronistico alla fine degli anni ’60; l’obiettivo era allora evitare con ogni mezzo che il PCI arrivasse al potere attraverso le elezioni, e soprattutto fermare le crescenti rivendicazioni che la classe operaia e il movimento studentesco avanzavano in quegli anni.

L’organizzazione Gladio, fondata dai servizi italiani e americani ed  esistente già dalla metà degli anni ’50, ha agito proprio in questo scenario di “guerra a bassa intensità”. Il giudice Salvini ha dichiarato che «la strage di Piazza Fontana non era solo il gesto di qualche neofascista o neonazista più esaltato di altri, ma aveva un progetto politico di fondo: se non direttamente un golpe, sicuramente la creazione di una situazione di governo forte, di governo autoritario. Parallelamente alle stragi, vi sono stati progetti di svolte autoritarie che nel corso delle indagini sono venute alla luce. Le stragi vanno inserite all’interno di un progetto politico, la campagna di terrore non fu solo il parto di un gruppetto di fanatici. Almeno una parte degli apparati istituzionali era a conoscenza della preparazione degli attentati;dopo l’esito tragico, si adoperarono per calare una cortina fumogena sulle responsabilità a livello alto. Erano state seriamente progettate delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”».

Sebastiano Palamara

 

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