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Pd, alla ricerca della propria identità

o-GIACHETTI-facebook-660x330La sconfitta di Roma fa uscire finalmente la polvere da sotto il tappeto. Il Partito Democratico si è allontanato dalla via maestra e non riesce più ad intercettare quello che dovrebbe essere il suo elettorato naturale.

“Finalmente ci siamo accorti che c’è una mucca in corridoio”, direbbe Pierluigi Bersani. Si doveva arrivare all’azzeramento per portare il Pd a porsi delle domande. Per capire che  lo scollamento con i cittadini era arrivato ad un punto di non ritorno. E Roma la sua voce l’ha fatta sentire forte e chiara. Talmente forte che non è rimasta più nulla. Solo un paio di municipi restano nelle mani del Partito Democratico. Per il resto c’è stata una vera invasione. E’ caduta Roma nel modo più pensante possibile. A fare da agnello sacrificale Roberto Giachetti che ha cercato in tutti i modi di recuperare la fiducia degli elettori, di interpretare il loro malessere, ma troppo largo il guado che si era aperto tra il suo partito e i cittadini romani. Non è servito nemmeno tenere lontano Renzi che ha continuato imperterrito a pensare al suo referendum, mentre tutto intorno andava in pezzi. L’aver allontanato dal Partito il gruppo storico, quello che, nel bene e nel male, rappresentava l’anima del Pd, ha isolato completamente il Premier che ha focalizzato tutta la sua attenzione su di lui e sulla sua mania di potere.

406037_258004964327001_1631673414_nDa 18 mesi Roma è commissariata eppure mai Renzi ha pensato di venire a toccare con mano le problematiche che attanagliavano i circoli della Capitale. E di gridi di aiuto gliene sono stati lanciati tanti. Come spesso è solito fare, ha passato la gatta da pelare al Presidente del Pd Matteo Orfini che all’indomani della sconfitta di Giachetti commenta: “Dopo un risultato come quello di Roma credo che solo una cosa non si possa fare: discutere per finta. Abbiamo il dovere della sincerità. Che significa riconoscere gli errori, ma anche ricostruire i fatti con precisione per evitare di sbagliare ancora. E vale per tutti, prima di tutto per me. Provo a dare il contributo iniziale.
Prima del commissariamento c’era il Pd di Mafia Capitale. Che è la ragione di fondo per cui siamo oggi a commentare una sconfitta. C’era un partito respingente, c’era un’amministrazione inadeguata, c’erano assessori che infrangevano le regole, più o meno consapevolmente. C’era il rapporto incestuoso con le municipalizzate, con gli interessi organizzati. Cose che in questi mesi abbiamo provato a spazzare via, pagando a volte un prezzo alto. Se qualcuno vuole tornare a quel modello di partito, lo dica chiaramente. Ma sappia che quel passato non tornerà mai. Perché oggi siamo debilitati e convalescenti. Prima eravamo nel pieno della malattia.
Io credo che il nostro obiettivo debba essere opposto: cogliere con grande umiltà il segnale vero che viene dalla città. Ascoltare, confrontarsi. Per aprirsi sempre di più e trovare fuori le energie necessarie a rigenerarci. Mostrando di saper imparare dai nostri errori.
La scelta di fondo è esattamente questa: ne parliamo tra di noi o proviamo a coinvolgere i romani in questa discussione? Io non ho dubbi su quale sia la strada giusta, anche se più difficile e faticosa.

Infine ci tengo a ringraziare Roberto Giachetti. Ieri ha detto che la sconfitta è solo sua. Non è vero. Insieme abbiamo combattuto, abbiamo raggiunto un ballottaggio non scontato. E abbiamo perso, di tanto. Ma l’abbiamo giocata fino all’ultimo minuto. Lui ci ha messo cuore, passione e impegno. E ci ha aiutato in questa battaglia difficilissima. E per questo gli dobbiamo solo dire grazie. E con lui ai candidati presidenti di municipio. Virginia Raggi è il sindaco di Roma. Ha avuto un grande risultato e gliene diamo atto. Le faremo una opposizione dura e costruttiva, ma senza sconti”.

Roberto Giachetti ha più di tutti, dopo la sconfitta, mostrato l’anima bella di un partito, quella di uno sconfitto che non punta il dito sulle responsabilità degli altri, ma che prende sulle sue spalle la disfatta, coprendo le eventuali mancanze: “E’ una sconfitta che mi appartiene. Che questa fosse una sfida difficile, lo sapevamo dall’inizio. Abbiamo superato il primo turno e provato anche a fare meglio al ballottaggio, ma la situazione vede un risultato chiaro”.

Il primo turno della sfida Pd – Movimento 5 Stelle aveva già mostrato il clima della città. Il Pd aveva ottenuto solo il 17,20% contro il 35,33% dei pentastellati. Era finita con quasi dieci punti di distacco, con la Raggi a 35,25% e Giachetti fermo al 24,87%. La partita del ballottaggio aveva evidenziato i limiti della campagna elettorale del candidato dem, Olimpiadi e Stadio della Roma, in perfetto stile renziano. Giachetti cerca di far sognare i romani, ma i cittadini hanno bisogno di concretezza. E la trovano nella Raggi che, seppur impacciata e goffa, si sofferma sui bisogni reali e sulla quotidianità dei romani, non mancando di affondare sulla dubbia morale che ha contraddistinto il Pd negli ultimi anni. Mentre la candidata del Movimento 5 Stelle continua a mettere il naso fuori dal Raccordo, Giachetti lo fa sempre meno tanto che la periferia gli regalerà una lezione indimenticabile.

Arriva il 19 giugno, in ballo non c’è solo Roma, che già da sola varrebbe mille elezioni, c’è la credibilità e l’unione del Pd. Giachetti perde senza possibilità di appello. La vittoria è netta e il giudizio dei romani devastante: 67,15% Raggi – 32,85% Giachetti.

Federica Graziani

 

 

 

 

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