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Nuova Ponte di Nona, il nuovo complesso parrocchiale al centro di critiche di settore

image_3Botta e risposta tra una giornalista de ilgiornaledell’arte.com e l’architetto che ha progettato la nuova chiesa. 

Il complesso parrocchiale della Beata Teresa di Calcutta a Nuova Ponte di Nona è stato oggetto di critiche da parte di alcune testate del settore, in primis ilgiornaledell’arte.com. La chiesa, prossima alla benedizione inaugurale, è stata progettata dall’architetto e professore ordinario di composizione architettonica Marco Petreschi che in ambito di architettura sacra ha già curato l’allestimento del palco a Tor Vergata per la giornata della gioventù del Giubileo del 2000 e il complesso parrocchiale San Tommaso Apostolo all’Infernetto.

L’8 gennaio appare sul sito on-line del suddetto mensile, un articolo che recita: “È quasi pronta per il Giubileo di Papa Francesco l’ultima gigantesca chiesa romana [...] già definita «un magazzino senz’anima». Nascono come funghi nelle periferie romane (45 in vent’anni) gli edifici di culto commissionati dal Vicariato di Roma e ideati da famosi architetti”. Il progetto viene inserito nel novero dei grandi e moderni edifici parrocchiali sorti nelle periferie di Roma, più famosa di tutte la chiesa di Meier al quartiere Tor Tre Teste. Il 21 gennaio lo stesso sito pubblica una lettera di risposta dell’architetto diretta alla giornalista Tina Lepri, autrice dell’articolo: “Nessuno, che mi risulti, a proposito dell’erigenda chiesa  l’ha definita “magazzino senz’anima”. Non si tratta di una chiesa gigantesca, come lei la definisce, si tratta al contrario di un piccolo complesso parrocchiale costato infinitamente meno di quella di Meier.  Le 45 chiese costruite nella periferia romana non sono state edificate dalla Cei, bensì dall’Orpf del Vicariato di Roma. Se lei avesse letto il libro “Le chiese della periferia romana dal 2000 al 2013”, da me curato assieme a Nilda Valentin, forse non avrebbe scritto questa inesattezza”.

Il libro a cui si riferisce l’arch. Petreschi venne presentato il 14 maggio 2013 in Campidoglio alla presenza del cardinal Vallini e del direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci tra gli altri. “Durante il dibattito di quel giorno – spiega Petreschi – emerse la famosa frase «magazzini o musei» pronunciata dal professor Paolucci a proposito delle nuove chiese in generale”.

Le più alte personalità culturali del Vaticano accusano gli architetti di progettare luoghi che non inducono alla preghiera, non assecondano la liturgia e il raccoglimento. Spazi ampi, nudi, volumi che ritagliano lo spazio seguendo angolazioni alternative alle simmetrie a cui l’occhio è abituato, giochi di luce sono concepiti secondo dei piani del tutto diversi da quelli di una volta. Non più rosoni, navate, archi, affreschi ma squarci irregolari, simboli religiosi  reinterpretati secondo i canoni dell’arte contemporanea. Una tendenza verticale nel mondo dell’architettura, dal complesso parrocchiale di Foligno dell’archistar Fuksas a quelli che nascono nelle periferie più estreme delle metropoli.

La questione fa riflettere su diversi punti fondamentali nella vita di un cittadino. C’è in ballo la bellezza dei posti in cui si vive che dovrebbe essere un diritto, ma anche il rapporto con la propria spiritualità, sia intimo, di raccoglimento, che, soprattutto, condiviso in un rituale comunitario che si svolge in un luogo da tutti riconosciuto proprio. Al catechismo ci hanno insegnato che i cristiani hanno dovuto sudare non poco per potersi palesare in un edificio al resto della società. Prima le catacombe, luoghi di culto spontanei clandestini, poi la presa e la riconversione degli edifici pagani, infine la grande architettura sacra dell’ormai ricchissimo stato pontificio.

imageL’edificio chiesa, in origine, nasce spontaneamente intorno al fedele, strettamente concepito per le sue necessità e paure, come una scorza o un guscio in cui rifugiarsi e pregare; quando il cristianesimo diventa religione dell’impero, la chiesa, impossessandosi dei luoghi del potere romano, diventa luogo simbolico di rivalsa sull’oppressore: si prega dove prima c’era il centro della propria persecuzione. Una volta costituito un suo Stato, l’edificio chiesa assurge a luogo celebrativo di una magnificenza sì spirituale ma anche “nazionale” riferita alla potenza clericale geo-politicamente definita. La spiritualità stimolata dalla magnificenza dei materiali e delle architetture, ricchezza e potenza a celebrare la povertà.

Il nodo sta qui: la discrepanza tra ciò che la chiesa vuole rappresentare e ciò che in effetti rappresenta. Un architetto è un artista, un artista è un uomo e un uomo è frutto del proprio tempo. Se la tendenza da parte degli architetti è quella di costruire in un determinato modo  non è di certo l’artista a dover sofisticare la propria interiorità per costruire con il marmo di Carrara una piccola basilica stile barocco. Il Vaticano non è un committente privato, può costruire chiese perché ci sono fedeli che le frequentano e le tengono in vita, quindi deve rispondere al gusto e al tempo che appartiene a questi fedeli. Se i fedeli, come in Italia, sono la quasi totalità della popolazione e la popolazione sviluppa un certo gusto estetico che si palesa nelle produzioni artistiche, allora la chiesa dovrebbe rispettare questo e indagare riguardo lo scarto che c’è tra l’ideale clericale di edificio e quello che invece risulta dal costume di una società.

D’altra parte le istituzioni laiche dovrebbero prendere in serio esempio l’attenzione che da sempre lo Stato Vaticano riserva all’arte e alla funzione dell’estetica.

A Nuova Ponte di Nona il problema non è la costruzione di un edificio che, in quanto commissionato a un artista, tenderà al bello, quanto piuttosto lo scempio che è stato fatto intorno, parallelepipedi di cemento in cui sono stipati i cittadini senza curarsi né dell’impatto estetico, economico né qualitativo rispetto alla vivibilità. Sono quelli i “magazzini senz’anima”, ma non c’è stato un sindaco che abbia pensato all’interiorità del cittadino, all’estetica della città e alla regressione interiore di chi non è abituato al bello. Marco Severa

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