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Modesto Di Veglia: “C’è bisogno di una nuova Resistenza”

Modesto Di Veglia_1Partigiano e uno dei fondatori, insieme al compianto Adriano Forcella, dell’Anpi Centocelle ‘Giordano Sangalli’.

Le celebrazioni della Liberazione passano attraverso le testimonianze dirette di chi ha vissuto i giorni del coraggio, dai semplici cittadini ai partigiani. Modesto Di Veglia è un ex combattente che, assieme all’amico Adriano Forcella, fondò l’Anpi Centocelle ‘Giordano Sangalli’ di via dei Glicini. Proprio qui, all’interno della scuola elementare ‘Fausto Cecconi’, si trova la sede dell’associazione che raccoglie la memoria storica della Resistenza: un patrimonio inestimabile per le nuove generazioni.  “Avevo 17 anni quando entrai nelle ‘Bande di Bandiera Rossa’ – ci racconta  Modesto Di Veglia – dopo il 25 luglio del ’43 si cominciò ad organizzare la lotta partigiana a Roma. Un giorno, un giovanotto mi fece avvicinare ai movimenti partigiani. Successivamente cominciammo le azioni clandestine”.

Sembra impossibile pensare che a quei tempi, già da giovanissimi, si era messi di fronte alla scelta di imbracciare o meno un fucile, che un giovane ragazzo potesse già comprendere il valore della parola libertà e bramarla al punto di rischiare la propria vita.   “Quando c’è stata l’occasione di poter riscattarci dalla dittatura l’abbiamo colta – continua Modesto – Dovevi decidere da che parte stare e non c’era molta scelta”. Durante quegli anni bui della nostra storia non tutti ebbero il coraggio dei partigiani che scelsero la clandestinità e la lotta armata. Non tutti era pronti a rischiare la propria vita in nome della libertà di tutto il Paese: “Era difficile farli partecipare totalmente alla lotta contro questi mascalzoni. Tuttavia c’è stata una grande partecipazione, una grande passione civile, un risveglio delle coscienze”.

sala Anpi Centocelle_1Modesto Di Veglia trovò la spinta per lottare in seguito ad un’ingiustizia subìta da suo padre. Arrivato a Roma con la famiglia, il papà di Modesto, che all’epoca suonava il tricorno contralto nella banda dei Carabinieri, venne assunto all’Atac come fattorino grazie al maestro che “dirigeva la banda vestito da fascista”. Dopo due anni, suo padre venne licenziato “perché qualcuno aveva fatto la spia su un manifesto che aveva nel suo laboratorio e tornammo al paese”. Il padre di Modesto fu poi riassunto ma “in virtù del trattamento subìto disse che non avrebbe mai fatto la tessera del PNF”. Così le visite a casa di Modesto dei fascisti si fecero sempre più frequenti. “Minacciavano mia madre – ricorda – intimandole di portarci via dalla custodia di mio padre perchè ‘non era buon educatore poiché non era fascista’. Dovevo quindi riscattarmi da queste ingiustizie”.

Tanti i ricordi di Modesto legati alla Resistenza e allo spirito partigiano che muoveva gli animi dei suoi compagni: “Di danni ai fascisti ne abbiamo causati parecchi. Roma non era una città dove si faceva una Resistenza armati fino ai denti come facevano i partigiani del Nord, che combattevano una vera e propria guerra fra le montagne. Qui la lotta era focalizzata al massimo danneggiamento dei nazifascisti per quanto riguarda la logistica”. Il 19 luglio 1943 Roma fu bombardata e il Parco Prenestino, assieme al quartiere San Lorenzo, furono rasi al suolo. “Un ragazzo chiese a me e mio fratello se volevamo lavorare come operai alla riparazione delle ferrovie distrutte: accettammo l’incarico. Con l’assunzione ci venne rilasciato un documento per poter circolare durante il coprifuoco, un foglio dato dai soldati tedeschi alle persone che lavoravano presso ditte italiane da loro dirette”. Questo colpo di fortuna favorì le operazioni di sabotaggio dei partigiani e di Modesto: “Il compito più importante e delicato era quello di far deragliare le locomotive militari che portavano viveri ai soldati nazisti sui vari fronti, fra cui Anzio. Il primo deragliamento a cui partecipai fu nell’antivigilia di Natale del ’43, fu un’azione molto pericolosa. Di notte la porta dell’officina era aperta ed entravamo per costruire degli spuntoni utili a bucare le gomme dei mezzi nazisti. Andavamo oltre Quarticciolo e aspettavamo le autocolonne che passavano lungo via Prenestina o la Casilina: ci nascondevamo fra i campi di grano e lanciavamo questi spuntoni. Svolgevamo anche attività di volantinaggio. Lanciavamo piccoli manifesti nei cinema, come Aquila o l’ex Massimo. Dovevamo innanzitutto creare volantini scritti in un italiano corretto, cosa difficile per tutti noi che avevamo un basso grado d’istruzione. A tal proposito dovevamo trovare persone come maestri e intellettuali che sapessero scrivere: ci mettevamo davanti la scuola Toti al Pigneto cercando proseliti. Un giorno, in seguito all’arrivo al cinema Aquila della P.A.I. – la polizia impiegata in Africa dal fascismo – smisi di fare propaganda. Ci catturarono”. Tra i compagni di allora Modesto ricorda Mario Fiorentini, un giovane professore di matematica, che portava notizie grazie ai contatti che aveva con gli Alleati oltre le linee. Ricorda poi il grande Rosario Bentivegna, lo stratega di Centocelle, quartiere che all’epoca veniva chiamata ‘Nido di Vespe’,  grazie al quale la zona riuscì a rimanere libera per due mesi.  Ogni giorno si rischiava di essere catturati e “incappavi fra carcere, sevizie e poi nei campi di concentramento o fucilato”. Modesto racconta delle torture a cui i fascisti sottoponevano gli ostaggi “perché volevano  farti ‘cantare’: era orribile anche solo pensare di poter tradire i propri compagni e in molti cedettero al dolore”. E poi la privazione totale della libertà: si viveva sempre sotto controllo e i vari escamotage per non far capire di essere un antifascista. “Volevamo soltanto cacciare i tedeschi e conquistare quei diritti che ci avevano sottratto”.

In seguito alla Liberazione, Modesto  si arruolò svolgendo 26 mesi come soldato sul territorio italiano, fra cui 11 di guerra: “Dovevo finire il mio compito in nome della libertà. Rientrai a casa con una croce di guerra al merito”. Gli occhi ancora pieni di ardore di Modesto non possono fare a meno di guardare la situazione politica e sociale attuale: “Ci sarebbe bisogno di una nuova Resistenza non armata. Un risveglio dall’indifferenza può impedire all’avversario del popolo di mal gestire la Cosa Pubblica. I giovani devono comprendere il valore di tutto questo, nel proprio interesse e in quello delle generazioni future. Bisogna battersi con lo spirito che ha contraddistinto la Resistenza, se si smette di lottare si torna indietro. Bisogna resistere in questo senso perché un rivoluzionario non deve sempre combattere con le armi ma anche con le idee”. Luca Covino

 

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