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Migranti. Storie di straordinaria accoglienza

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Le nuove frontiere dell’integrazione: l’accoglienza in famiglie italiane. Protagonista della storia una biologa siciliana che racconta dei suoi “figli” ospitati in casa sua con cui ha condiviso “un tetto, l’affetto, il mangiare”.

La condivisione come strumento di integrazione. Lo sa bene Maria Anna Patti, biologa siciliana di Alcamo con la passione per la divulgazione della letteratura (ideatrice del profilo Twitter @CasaLettori che dal 2014 propone hashtag culturali capaci di coinvolgere migliaia di follower) e per il tema delle migrazioni che “come siciliana è quello che mi è più vicino”, come lei stessa mi ha spiegato. Una vicinanza che negli anni è diventata impegno, prima con la creazione del Forum Antirazzista Siciliano e poi con la decisione di aprire le porte di casa e le braccia sue e di tutta la famiglia a tanti migranti, diventando per loro una “mamma” che li accoglie e che adotta il loro desiderio di integrazione.
Negli ultimi dieci anni sono tante le storie che ha condiviso con la sua famiglia, il marito, un medico che Maria Anna ha coinvolto nell’accoglienza dei migranti, e le figlie, una delle quali è mediatrice culturale. Storie di viaggi, che prevedono sempre una tappa obbligata in Italia, in Sicilia. Storie di sfruttamento, di violazione dei diritti fondamentali di ogni essere umano, perpetrate nei Paesi di origine e in Italia, dopo lo sbarco. Ma anche storie di condivisione, appunto, dove tutti i protagonisti prendono parte all’integrazione, imparando qualcosa dell’altro, rendendosi disponibili verso l’altro.

accoglienza_migrantiCome nella vicenda di una giovane migrante nigeriana, che dopo lo sbarco partorisce a Lampedusa, dando alla luce una bambina. Da lì, entrambe vengono trasferite in un centro di prima accoglienza a Palermo dove le condizioni di vita per mamma e bimba convincono la figlia di Maria Anna, lì come mediatrice, ad ospitarle in casa. “Abbiamo fatto richiesta per ospitarle e così, intanto, loro sapevano di essere a casa nostra – racconta Maria Anna – La ragazza parlava malissimo l’inglese e non riusciva ad imparare l’italiano. Fortunatamente mia figlia conosce i dialetti, così abbiamo scoperto che aveva subìto abusi sia in Nigeria che in Libia. Aveva subìto percosse, e la causa era legata alla presenza del presunto padre della bambina nella sua vita. In seguito, cercando di capire chi fosse quest’uomo, veniamo a sapere che la ragazza è sieropositiva”. La notizia della malattia della giovane non ha fatto però arretrare in Maria Anna e nella sua famiglia la volontà di accogliere lei e la sua bambina, così in attesa di conoscere lo stato di salute anche della bimba la giovane nigeriana inizia a ricostruire la sua storia passata e, con l’aiuto di Maria Anna, a costruire un nuovo futuro.

Lei costretta in Nigeria, forse dalla famiglia, a prostituirsi comprende che in Italia non può continuare a fare quello che riteneva un lavoro, l’unico lavoro secondo lei possibile. Con l’aiuto della sua nuova famiglia italiana scopre di saper fare bene le treccine e inizia così a guadagnare qualcosa. Arrivano anche altre buone notizie in casa di Maria Anna: la figlia della giovane nigeriana non è sieropositiva e una struttura ospedaliera palermitana inizia a seguire con controlli attenti e continui la mamma della piccola. Anche dalla Commissione territoriale, dove Maria Anna ha attivato la pratica, arriva l’ottenimento della protezione per mamma e bambina per la durata di tre anni. “D’altronde erano evidenti le percosse, era evidente che non sente, ed era evidente il fatto che è sieropositiva – ricorda Maria Anna – E la Commissione non poteva negarle un percorso italiano tranquillo.”
La giovane e la sua piccola vanno però via prima dello scadere del permesso. Il riaffacciarsi di un uomo del passato della ragazza nigeriana che le fa pressione, contando sul desiderio della donna di costruire una famiglia, fa ripartire la giovane donna prima verso la Sardegna e in seguito verso la Germania, dove tuttora vive sola con la figlia nata a Lampedusa e la seconda figlia, avuta dall’ultimo compagno.

“Questa storia mi provoca grande dolore perché per noi è stata una sconfitta, non essendo riusciti a farla integrare nella nostra comunità. Ma la racconto perché nella vita di queste donne non c’è mai un’autonomia, c’è sempre un ricatto – puntualizza poi Maria Anna Patti – Lei scappa dalla Nigeria perché inseguita dal padre della bambina, poi parte con un altro uomo che la ricatta perché lei deve restituirgli il prezzo del viaggio. Quindi per loro non c’è mai autonomia di scelta, sono sempre imbottigliate in una categoria: ‘Io devo pagare … Qualcuno lo devo pagare nella mia vita’.”

Nonostante il senso di sconfitta, Maria Anna non demorde dal suo impegno e spiega che questi suoi figli-migranti hanno avuto comunque “la fortuna di vivere in una casa”. E in quel luogo sicuro e accogliente che persone come Maria Anna mettono a disposizione dei migranti, i servizi pubblici e le istituzioni spariscono. Tutto ricade sulle spalle di chi ha scelto di dare un esempio di accoglienza, possibile. “L’Italia non è pronta per un percorso di riabilitazione. E non è facile neanche fare entrare i migranti in meccanismi di protezione seri, perché le leggi sono quelle che sono”, spiega con fermezza Maria Anna. Le chiedo se hanno mai avuto un aiuto, anche solo per il disbrigo delle pratiche, e mi spiega: “Abbiamo più volte chiesto la presenza di uno psicologo ma nessuno ci ha dato retta. Dal momento in cui li accogliamo in casa ci dobbiamo attivare noi, perché nessuno fa niente.”

Qualcuno potrebbe contestare, con tono insofferente e intollerante, ‘Li ha voluti accogliere, fatti suoi’, ma la responsabilità delle istituzioni prevede l’intervento e la partecipazione dello Stato anche per l’accoglienza in casa di migranti. Una carenza che può vanificare l’impegno e lo sforzo, anche economico, di questi volenterosi cittadini. Come è successo con un ragazzo proveniente dal Ghana, fuggito dal suo Paese perché omosessuale. Una fuga dall’Africa per mettere in salvo la vita. Un altro giovane straniero a cui Maria Anna ha aperto le porte di casa e donato tempo e sostegno, ripagato da un’insostituibile scambio culturale.

“Lui usciva da una prigione, perché solo così la posso chiamare, in provincia di Trapani dove era stato fermato per 40 giorni – racconta la caparbia biologa di Alcamo – Era sì clandestino, ma come fa una persona che non si può pagare un avvocato, e che non sa neanche dell’esistenza di un avvocato, come fa questo povero disgraziato a mettersi in regola!?”.
Nonostante le difficoltà di partenza, come in altre storie vissute tra le pareti di casa, Maria Anna lo ospita come un figlio. “Qui aveva un piatto di pasta, e riuscivo anche a fargli fare dei piccoli lavoretti in campagna per avere una minima autonomia economica. E poi aveva un tetto, soprattutto – prosegue con commozione Maria Anna ripensando al giovane ghanese, ultimo suo ‘figlio’ ospitato alcuni mesi fa – Aveva un tetto, l’affetto, il mangiare. E inoltre c’era uno scambio: oggi mangiamo africano, domani siciliano. E così abbiamo imparato anche il loro modo di mangiare sforzandoci di mangiare le loro cose, perché loro si sforzano di mangiare le nostre”.

Le pratiche per l’accoglienza, però, nel suo caso non vanno a buon fine. Dopo un paio di tentativi e successivi dinieghi della Commissione territoriale, il ragazzo dice alla sua famiglia italiana di voler ripartire per non gravare su di loro economicamente. Ogni diniego, ogni ricorso, hanno bisogno infatti di un avvocato che segua la pratica. Ma, dopo le prime volte con il libero patrocinio, i costi diventano elevati e sono tutti a carico del migrante, o eventualmente di chi lo ospita gratuitamente.
“Lui mi diceva sempre: ‘Mamma, io non posso pesare tutta la vita su di voi’. E con le lacrime agli occhi un giorno mi ha detto: ‘Me ne devo andare …’ – ricorda Maria Anna – In seguito, mi hanno chiamato dal commissariato dicendomi che ero responsabile di questo ragazzo, che voglio precisare non è un minore, e chiedendomi dove era finito. Gli ho detto che lo avevano costretto loro a fuggire in Ghana, dove rischia di essere massacrato. Ho poi spiegato che non posso essere responsabile di una persona maggiorenne che ospito a casa mia: non posso bloccarlo e chiuderlo dentro a chiave”.

Il viaggio per i più fortunati prosegue fuori dall’Italia, per i meno fortunati si conclude in Italia con un rifiuto, un diniego di accoglienza. Fosse anche temporanea.
“Loro mirano ad andarsene – chiosa poi con decisione Maria Anna – Ho avuto ragazzi anche con due lauree, ma qui che fanno? Noi li lasciamo marcire in quei centri, finche non c’è la Commissione che dice ‘Vattinni!’. Perché questo è l’obiettivo”.

Qualcosa resta, però, in chi ha la volontà e la tenacia di accogliere. “Io ho imparato tanto da queste persone – commenta Maria Anna – E, anche grazie all’esperienza di ‘Casa Lettori’, so che per me la vera, seria condivisione è al primo posto. Anche nell’accoglienza dei migranti. Altrimenti non siamo nessuno”. Anna Giuffrida

 

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