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‘Mare Mortum’, il Mediterraneo da via di salvezza si trasforma in cimitero

SpecialeImmigrati1Il 19 aprile rimarrà impresso nella storia come il giorno simbolo della vergogna. Nella notte di quella domenica di morte, oltre 800 persone – fra cui 50 bambini – hanno perso la vita nell’ennesimo naufragio a largo di Lampedusa. 
Stando alle indagini della Procura di Catania, il barcone era stato soccorso dal mercantile portoghese King Jacob, col quale l’imbarcazione ha avuto una collisione in seguito a manovre “errate compiute dal comandante del peschereccio” come spiegato in un comunicato ufficiale. Ma al di là delle cifre e delle indagini sulla tragedia avvenuta a pochi chilometri dalle coste siciliane, nei giorni successivi alla strage, centinaia di persone hanno continuato e continuano a sfidare quotidianamente la morte fra le onde del Mediterraneo. Tutto ciò viene meschinamente strumentalizzato e visto come una ‘invasione’ da alcune parti politiche e da alcuni organi di stampa, ma in realtà le immagini degli sbarchi sono il risultato ultimo di processi più profondi, la punta di un iceberg radicato sui fondali dell’indifferenza. Casi di una lunga striscia di morte che da inizio 2015 conta la perdita di migliaia di vite umane nel loro disperato tentativo di trovare una vita migliore. E le soluzioni discusse dai vari organi nazionali ed europei sulla questione migranti lasciano basiti tanto quanto l’inettitudine politica riguardo le morti sulle coste del Mediterraneo.
Marco Rossi EmergencyMa i soldi ci sono?
Inutili gli appelli di Giusy Nicolini, sindaco di Lampedusa, che chiede “una risposta forte e serie dall’Europa. Basta con questa ecatombe in mare – dichiara il sindaco – che avviene esattamente come previsto già da prima di Mare Nostrum. Mi rifiuto di credere – conclude Nicolini – che non si voglia far nulla”. Di fronte alle emergenze che si vengono a creare con ogni sbarco, appaiono slogan cari all’attuale Governo che attaccano Bruxelles, accusata sempre di aver abbandonato l’Italia. Ma la realtà è ben differente perché i soldi ci sono ma sono fermi dal 2008 quando dovevano essere svolti alcuni importanti lavori  nei centri di accoglienza di tutta Italia. A Lampedusa si continua a dormire per terra e sono disponibili soltanto 300 persone a fronte di migliaia di ospiti. Stesso discorso per la questione pugliese, dove a Bari da oltre tre anni sono congelati i fondi stanziati dall’UE. 500 milioni offerti all’Italia a partire dal 2010 volti a migliore le strutture e la logistica dei campi accoglienza.
Nel Piano nazionale sicurezza lodato dal Ministro Alfano, ci sono ancora 122 milioni di euro per rafforzare l’integrazione e contrastare le irregolarità. Di tale somma sono stati usati soltanto 30 milioni di euro e almeno altri 90 milioni dovranno essere spesi entro fine anno: pena restituire il tutto all’Europa. Perché è l’Europa che chiede risposte concrete all’Italia, che, a differenza degli altri paesi comunitari, sembra non aver compreso la morale dalle lezioni impartite nel tempo sulla questione immigrazione. La tendenza italiana alla malagestione dei fondi pubblici, nell’esatto modo in cui avviene per la cultura e l’istruzione, porta anche la questione immigrati sul piatto dello spreco. La questione immigrazione in Italia: un disastro politico.

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Gli scafisti: unico nemico?
Il Consiglio europeo tenuto a Bruxelles il 23 aprile, non ha parlato di questioni concrete sul tema dell’ immigrazione ma ha soltanto puntato il dito contro un nuovo antagonista: gli scafisti. “Bisogna affondare gli scafisti prima che partano” parola di Renzi al quale fa eco lo stesso Alfano e numerosi leader occidentali. Ma è veramente lo scafista il problema dell’immigrazione? Molte inchieste giornalistiche e servizi televisivi hanno constatato come la maggior parte degli scafisti siano – pur commettendo il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – migranti mascherati da navigatori che pagano poco o niente il costo del viaggio. In alcuni casi gli stessi scafisti sono minorenni e totalmente privi di esperienza per la navigazione in mare. Esauriente a riguardo è stata l’inchiesta del giornale britannico Guardian che ha dimostrato come i trafficanti affidino ai minorenni la guida dei barconi. “Sempre più spesso – si legge nell’articolo – in Egitto e in Libia i trafficanti usano ragazzini per condurre le imbarcazioni verso l’Italia. Nel 2014 – conclude il pezzo – diciotto minori sono stati arrestati a Catania accusati di traffico di essere umani”. In un’intervista a Redattore Sociale, don Mussie Zerai, il prete eritreo punto di riferimento per molti profughi, ha dichiarato come “da quando sia stato istituito il reato di favoreggiamento all’immigrazione i veri scafisti non arrivino più in Italia. Non rischiano più – conclude Zerai – e mandano dei disperati”.
Dagli ultimi fatti di cronaca, in molte località della Sicilia le organizzazioni criminali di stampo mafioso gestiscono quello che di fatto è un traffico di essere umani. I veri scafisti hanno contatti con persone dei luoghi in cui devono attraccare e portare a termine il proprio ‘lavoro’. Quando invece non mettono piede sul territorio di destinazione restano sulle navi madri arrivando fino a un determinato punto nel quale lasciano i migranti al proprio destino. Mandati nel buio del mare su gommoni e imbarcazioni totalmente insicure è proprio in questi passaggi che spesso avvengono le tragedie, perché basta un movimento delle persone per far rovesciare le imbarcazioni di fortuna e tutti finiscono in mare affogando.
specialeimmigratiAboubakar SumahoroLa responsabilità politica sull’immigrazione
“Ciò che è avvenuto a Lampedusa non è una questione di numeri ma  un crimine”. Questo è il quadro secondo Aboubakar Sumahoro, membro del’esecutivo Usb, attivo nelle vicende dell’immigrazione e del lavoro giovanile. I fattori che portano a queste tragedie in mare sono diverse, su tutte spicca la strategia economica dei paesi occidentali nelle zone in questione. La creazione di poli industriali e piani economici, che non distribuiscono ricchezza fra la popolazione, crea povertà e quindi le condizioni utili a lasciare un paese. “Altro fattore importante è la vendita di armi – spiega il 34enne ivoriano – da cui alcuni paesi creano profitti enormi. Chi vende le armi ha bisogno di creare un contesto in cui siano utilizzabili, vedere alla Libia per intenderci. Le migrazioni – spiega Soumahoro – non sono dovute a fattori ambientali ma agli interessi di intere nazioni e multinazionali private o a partecipazione statale”. A riguardo basta vedere alle concessioni e infiltrazioni italiane nei paesi del Maghreb come nel caso di Eni, che, nonostante il conflitto libico, riesce tramite gli accordi dello Stato con le autorità e le milizie locali, a mantenere inalterati i propri affari. “Questi elementi – incalza Soumahoro – ci portano a dire che in tutta Italia, da nord a sud, c’è un mandante politico e morale”.
Il problema secondo il sindacalista è dato da “un’indifferenza e una miopia politica sulle tematiche dell’immigrazione. I paesi occidentali non prendono coscienza del fallimento delle proprie politiche economiche e dell’inutilità di operazioni come Triton, pensano di bloccare le persone che migrano, ma questi fenomeni geopolitici esistono da sempre. Bloccare la possibilità di muoversi – continua – ai richiedenti asilo è controproducente”. Volendo allontanarci per un istante dalla scia emotiva bisogna ragionare in termini concreti: ciò che è successo a Lampedusa non ha portato ad un’ondata collettiva di indignazione e questo è il dato preoccupante. “I ‘mi piace’ di Facebook – dichiara Abou – non si sono concretizzati in un’azione di solidarietà e questo l’abbiamo constatato alla manifestazione del 23 aprile. Da parte nostra cerchiamo di mantenere un impegno in questo senso”. L’altra grande responsabile è l’informazione. “Oggi si parla di Expo e ci si dimentica dei fatti tragici che sono accaduti: questo alimenta quello che Hanna Arendt chiamava ‘la banalità del male’”afferma Sumahoro. Gli stessi operatori lavorano in condizioni devastanti nei campi in cui, non va dimenticato, si opera con delle persone.
La stessa dignità deve essere data agli ospiti che come si è visto sono sfruttati dalle mafie locali e dalla strumentalizzazione politica eliminando i circoli viziosi che hanno portato a vicende come Mafia Capitale. Risparmiando e focalizzando correttamente i fondi stanziati per la questione immigrazione si può risolvere e migliorare seriamente la condizione degli ospiti e dei lavoratori dei centri di accoglienza. “Tutto ciò non accade perché non c’è una volontà politica a riguardo – sentenzia Sumahoro – le tensioni fra popolazione italiana e straniera sono influenzate dal contesto della crisi. In uno scenario del genere – continua – con il 43% di disoccupazione giovanile, c’è un vero bollettino di guerra perché c’è incertezza sul futuro e un disagio diffuso dettato dalla mancanza di alcuni diritti fondamentali. Questi motivi hanno portato a un puntare il dito verso l’altro grazie a un contesto politico che ha deviato l’attenzione sulle vere motivazioni che hanno causato  questa situazione di crisi sociale. Le accuse mosse nei confronti degli immigrati non sono tanto questioni razziale, ma il risultato di una tensione sociale data dalla mancanza di una costruzione solidale fra persone. C’è una doppia ipocrisia – conclude Soumahoro – quella dell’Europa, che non affronta la situazione su uno dei principi basilari della sua fondazione e cioè la solidarietà; e quella dell’Italia, che continua a lamentarsi con l’Europa quando la Tunisia da sola, durante il conflitto libico, ha ospitato 500mila persone: possibile che un paese come l’Italia non riesce a gestirne 20mila?”.
L’attività di Emergency in Italia e nei luoghi di conflitto
“La questione immigrazione è trattata con superficialità e razzismo”. A dirlo è Gino Strada, il medico lombardo fondatore di Emergency, l’associazione umanitaria che quotidianamente fornisce cure mediche alle popolazioni locali nelle zone di conflitto. Anche nel nostro paese, in particolar modo nei punti nevralgici di immigrazione come il canale di Sicilia o il nord d’Italia, Emergency svolge attività umanitarie. “Abbiamo due tipologie di volontari – spiega Marco Rossi, Coordinatore dei Volontari Emergency – gli espatriati dalle zone di conflitto e gli italiani”. Studenti, minorenni, anziani, padri e madri di famiglia, in molti si spendono sul territorio nazionale per svolgere attività di coordinamento e volontariato. Lo scopo di Emergency è da sempre quello di curare le vittime civili delle guerra,“perché in ogni conflitto – spiega Rossi – oltre il 90% dei decessi è riscontrabile fra la popolazione locale. Bisogna parlare dei motivi che ci hanno portato a lavorare in un paese – incalza – capendo le condizioni delle persone che curiamo, rispettando sempre i bisogno reali delle persone. Il nostro lavoro negli anni ci ha portato a ragionare sul concetto di ‘vittima civile’: sono tutte quelle persone colpite direttamente o indirettamente dalla guerra. Ci sono i morti, orfani e persone che in generale non possono condurre una vita dignitosa godendo dei diritti fondamentali preclusi dall’enorme povertà che la guerra porta o ha portato in alcune zone. La mancanzadi ospedali, scuole e case distrugge la dignità umana delle persone e causa le migrazioni”.
I progetti di Emergency all’estero prevedono la costruzione di ospedali in accordo con le autorità locali. Queste strutture – presenti in Africa, Asia e medio Oriente –  sono poi donate alle autorità locali, che possono usufruire delle nozioni impartite dai medici di Emergency agli operatori locali. Un modello quello di Emergecy applicato anche in Sicilia e Veneto, specificamente a Marghera, dove sia i migranti che i cittadini italiani sono curati gratuitamente dalle strutture dell’associazione. “Al nord – racconta Rossi – avvengono tutte quelle migrazioni via terra che vengono puntualmente taciute dai media, perché un barcone affollato fa più scena. Dall’est Europa e dalla Grecia passano per il Veneto e il nord Italia migliaia di persone ogni anno, nascondendosi sotto i camion o fra i carichi di bestiame”. La questione immigrazione in Italia secondo Emergency è gestita in malo modo. Lo stesso Strada ha più volte sottolineato come la scusa della mancanza di fondi sia una giustificazione irresponsabile.
“Ci sono paesi oltre all’Italia che hanno un numero di richiedenti asilo decisamente più alto – dichiara Rossi –e partendo da questo le persone devono essere messe nella condizione di essere salvate. La situazione dei flussi migratori è complicata e l’estate, che porta condizioni di viaggio più favorevoli, ancora deve venire. Il nostro obiettivo è curare le persone gratuitamente e molto spesso in molti non sanno di poter essere curate come avviene nel nostro centro di Siracusa, dove curiamo i migranti sbarcati a Lampedusa. L’obiettivo di Emergency è e sarà sempre,diffondere una cultura di pace che consiste nel far conoscere alle persone le condizioni che una guerra crea. Il conflitto – conclude –è orribile e fa soffrire milioni di persone, non c’è niente di poetico o ‘umanitario’ nei conflitti bellici”. Luca Covino

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