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La scure di Reghittieri su Atac

atac entrataL’era del nuovo dg, nominato dal Campidoglio, è iniziata con il licenziamento e la sospensione di illustri dirigenti. È l’inizio di una fase per la municipalizzata. Almeno così si spera

Forse ci siamo. Marco Rettighieri, il nuovo direttore generale di AtacSpA, nominato il 3 febbraio dal Campidoglio, dopo un’attenta selezione durata settimane, sta facendo sul serio. La sua idea, per alcuni folle, è di azzerare completamente i vertici della municipalizzata e di sostituirli con dirigenti ex-novo, da inserire in una macrostruttura leggera, priva di fronzoli e di poltrone doppione. Tremano in via Prenestina – finalmente! -, come nelle rimesse e negli uffici periferici, mai si era vista, soprattutto all’indomani del varo di Atac (2010), una determinazione del genere.

Al suo arrivo, l’ex general manager di Expo 2015, ha subito mostrato i muscoli, facendo sue le decisioni che avrebbe dovuto prendere da tempo il sindaco Marino, che, al contrario, si è fatto soggiogare dalle correnti partitiche e sindacali, lasciando nei posti apicali di Atac chi, direttamente o indirettamente, ha contribuito al fallimentodell’Azienda. E con stipendi da capogiro (da 100mila a 250mila euro l’anno), farciti dai “premi di produzione”. Quale produzione poi, ce lo dovrebbero dire, visto il buco in bilancio (solo nel 2014 le perdite sono state di 141milioni di euro) e il costante sfacelo dei servizi, sia nel metroferro che nella superficie: decine e decine di corse saltate ogni giorno per la penuria del materiale rotabile. Una condizione difficile da sanare, soprattutto se non si dà una stretta alle spese folli.

La falce di Rettighieri, che affianca l’amministratore unico Brandolesi, in questo travagliato percorso, ha mietuto le prime vittime. Licenziato in tronco il responsabile del personale Giuseppe De Paoli, al quale avrebbero sequestrato persino i computer, e sospeso Luca Masciola (Relazioni Industriali), Gian Francesco Regard e Franco Middei (Affari Legali) nonché Emilio Cera (Marketing). Ma non se la passerebbe bene neanche Giuseppe Noia (comunicazione), Antonio Gennaro Maranzano (direttore metroferro), Gian Battista Nicastro (direttore ferrovie concesse) e Roberto Monichino (Direttore Superficie). Secondo le indiscrezioni, inoltre, sul tavolo dei nuovi vertici, sarebbe finito pure il caso del dirigente-macchinista Alberto Lanzone (responsabile della Roma-Lido). L’uscita di De Paoli rimette in discussione tutti quegli accordi che il dirigente ha siglato, in poppa magna, coi Confederali. Accordi che hanno rivoluzionato, in peggio, la vita del personale dell’esercizio.

E nell’esercizio, soprattutto nel metroferroviario, le scelte della morente governance si fanno sentire. Dal Comitato Pendolari RomaNord, presieduto da Fabrizio Bonanni, si parla di “smantellamento silenzio della tratta Civita Castellana-Viterbo, complice il nuovo orario di servizio in vigore da ottobre, l’evasione tariffaria alle stelle, l’inserimento di punti di rottura a Catalano e Montebello e le conseguenti autocorse sostitutive”. Sul litorale, invece, si sta consumando la tragedia della Roma-Lido. L’orario di servizio viene quotidianamente “rimodulato”, con attese che vanno dai 15 ai 30 minuti, anche nelle fasce importanti. E questo perché i treni, vecchi e inadeguati, restano al palo per la mancanza dei pezzi di ricambio. Per le stesse ragioni, si registrano disagi e ritardi sulla Linea A, in cui spesso circolano 25 convogli su 33 previsti, e sulla la Linea B. Infine, c’è la Giardinetti, la ferrovie della discordia, che ha pagato più di tutte, le scarsa attenzione che i manager di Atac hanno riservato ai trasporti su ferro. Con la scusa della Linea C, hanno tagliato indebitamente la tratta Centocelle – Giardinetti, mettendo in ginocchio l’intero versante Casilino. Però, in compenso, cozzando contro le logiche della mobilità sostenibile, hanno mantenuto in piedi alcuni orari delle linee urbane 105 e 106, consapevoli che la metropolitana è al momento inutile. Ma non potevano fare altrimenti, perché i servizi metroferro, per colpa delle loro disattenzioni, chiamiamole così, sono arrivati a lumicino. Alé.

David Nicodemi

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