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“Il grigio e l’azzurro”: oltre la bellezza da cartolina, verso la romanità verace e la periferia

marina-nasti-e-il-suo-libroGrotte Celoni. Marina Nasti, ligure d’origine ma adottata dalla periferia romana, presenta la sua raccolta di racconti, vincitrice di un concorso letterario indetto dalla casa editrice Macabor, attraverso cui ci presenta la Capitale, nelle molteplici sfaccettature della vita di quartiere

Non è romana ma ligure. Si è trasferita nella Capitale a 19 anni per motivi lavorativi di suo padre. Con Roma è amore a prima vista: “Ho subìto il fascino della città di Roma, mi ha colpito sia per la sua bellezza in sé, da cartolina, che per il modo di essere una città molto passionale”. Così, Marina Nasti, scrittrice di 38 anni, residente in una traversa di via Acquaroni, zona Grotte Celoni, descrive la sua “empatia” con la Capitale.

“Fin dall’inizio – spiega Marina –  vedevo che c’era la parte più turistica, vedi il Colosseo e via del Corso, ma sono stata attirata dal rione Trastevere che, mi sembrava, nel limite del centro, quella parte che conservava un po’ più di ‘realtà’ della città, per quanto ormai anche lì sia molto sfumata. Dal centro della città, ho cominciato a spostarmi fuori dal ‘contorno cartolina’ e mi sono avvicinata a realtà più quotidiane, periferiche. Dall’inizio del mio trasferimento a Roma avevo sentito parlare dei quartieri intoccabili come Tor Bella Monaca, San Basilio e la Magliana, e mi domandavo cosa ci potesse essere di così particolare. Ho voluto vedere questa realtà più da vicino”.

A quei tempi Marina viveva a Ladispoli: “Cercavano tutti di farmi desistere ma io volevo vedere con i miei occhi quei luoghi verso cui avevo iniziato a sviluppare una sorta di allineamento empatico”. Così decide di trasferirsi nella periferia romana, prima a Torre Angela, frequentando molto il quartiere Valle Fiorita dove contribuisce a tenere attivo un centro studi per le ripetizioni, poi a Grotte Celoni”.

Da sempre Marina ha un sogno nel cassetto: scrivere un libro. L’occasione arriva grazie ad un concorso letterario: “La piccola casa editrice Macabor, di Francavilla Marittima, organizzava un progetto editoriale composto da varie sezioni: poesia, romanzo, racconti brevi, teatro, saggistica. Parlando con l’editore, mi è stato offerto un progetto di lavoro su un libro di racconti per l’infanzia (la cui pubblicazione è prevista tra giugno e settembre 2018), che mi ha entusiasmato a tal punto da aver messo in secondo piano il concorso. Ho deciso comunque di partecipare, pur essendo consapevole di non avere molto tempo, infatti questi sette racconti sono frutto di tre-quattro notti tra fine maggio e inizio giugno 2017. Proprio per questo approccio approssimativo e arruffato, quando a dicembre mi è arrivata la mail che mi comunicava che avevo vinto il primo premio per la sezione racconti sono scoppiata di gioia, perché non ci credevo minimamente. Avevo buttato giù questi racconti di notte, in modo più passionale che professionale, e quindi è stata una vera sorpresa”.

In modo quasi casuale Marina si aggiudica la vittoria: il premio dell’iniziativa consiste nella pubblicazione gratuita della sua prima opera. “Credo che ad aver colpito dei miei racconti sia stato il mio punto di vista nel raccontare Roma, che da una parte è esterno, non essendone originaria, ma da una parte è interno, avendo sposato la causa, ed avendo visto da vicino, e vissuto, le realtà che racconto, in modo quotidiano: porto i miei bambini a scuola a via San Biagio Platani, abito a Grotte Celoni, conosco persone, ho amici… E ho realizzato negli anni che sì, le problematiche ci sono, però non è sempre tutto così cupo”.

Analizzando i racconti di Marina, ci accorgiamo che c’è molto del suo vissuto, ha toccato tutti i punti che hanno costituito il suo trasferimento a Roma, e, fin dalla copertina, imbeve l’opera del suo quotidiano: “Vorrei che il mio libro venga conosciuto perché ha un messaggio da trasmettere, che ho elaborato attraverso le mie esperienze quotidiane. Per esempio, la foto della copertina l’ho fatta io, mentre ero sotto il campetto di calcio dove gioca mio figlio, ma nei miei racconti non parlo solo di Tor Bella Monaca, c’è un po’ di Trastevere e un po’ di Roma in generale”.

Marina ci presenta alcuni estratti: “I primi due racconti sono su Tor Bella Monaca. Uno parla di una giovane coppia, con un bambino piccolo da crescere. Lui è immischiato in loschi giri e la compagna lo sprona a uscirne. Alla fine lo convince, c’è un abbraccio che determina la fine delle scelte sbagliate, ma molte storie vere che ho sentito non hanno avuto lo stesso lieto fine. Il secondo racconto ha come protagonista un giovane ragazzo, anche lui coinvolto in situazioni non giuste, e il faccia a faccia col padre in carcere, che a suo tempo aveva commesso degli errori, lo spinge a delle riflessioni in merito alla sua vita”.

Dunque Marina mostra un assorbimento totale nella realtà in cui ha deciso di vivere, e che per antonomasia ha delle complicazioni, ma non dimentica anche di testimoniare realtà che ha vissuto durante il periodo universitario, parlando, per esempio, degli studenti fuori sede: “Un altro racconto parla di una ragazza che dal Sud d’Italia si è trasferita a Roma per studiare e l’impatto con una città più grande la libera da certi cliché tipici della mentalità di paese”.

 Ecco poi che emerge altro vissuto: “Un altro racconto verte intorno una cosa che mi ha colpito molto di Roma, ovvero la passione per il calcio, una realtà del tutto nuova rispetto alla mia vita genovese. Trasferitami qui, mi sono trovata a portare mio figlio alla partita d’addio del Capitano Francesco Totti e quell’esperienza l’ho riportata in uno di questi racconti, reinventando un po’ la storia. Parlo di un personaggio di Torre Angela, che ho deciso di chiamare Giuseppe, che nei suoi quasi quarant’anni, assistendo all’ultima partita di Totti dopo venticinque anni di carriera calcistica, ripensa alla sua vita nell’analogo periodo.Torre Angela è anche sfondo di un altro racconto, che vede come protagonista una mamma, che con suo figlio è rimasta sola, avendo perso il marito: provenendo da un quartiere agiato è costretta a reinventarsi in una periferia”.

Ed infine, Marina lo ammette: “Ci ho messo dentro degli spunti, qua e là, di cose che ho vissuto. Essendo riuscita a pubblicare questa prima raccolta, ho in mente un progetto più ambizioso, ovvero la stesura di un romanzo. Mi piacerebbe, nel mio piccolo, fare qualcosa, diventare voce, comunicare qualcosa di bello, ma mettere qualche spunto di denuncia delle cose che non vanno. Vorrei dare ai più giovani uno spunto di riflessione, nel mostrare la realtà, ed eventuali soluzioni. Devo vedere come vanno le cose con questa prima pubblicazione: per il momento il libro è acquistabile tramite la casa editrice, solo online, poi chissà”.

Ricordando la tappa a Trastevere, Marina ci spoilera infine un’altra storiella: “Il quarto racconto adotta il punto di vista di una persona anziana, che vive a Trastevere, un rione che vedo ancora ancorato alla tradizione. Achille, il protagonista, vi rimane da solo, perché i figli si sono trasferiti in quartieri di nuova costruzione nelle zone di cintura, mentre lui resta lì fino alla fine, nella sua casa vecchia, con i pericolosi scalini di lavagna”.

Nei racconti di Marina parlano persone diverse (d’età, di sesso, di condizione economica e sociale), che vivono in quartieri diversi, ma il collegamento mentale è la romanità verace, che poteva esserci una volta, al di là della cartolina turistica, nei quartieri del centro, e che ora è trasportata nei quartieri come Torre Angela, Tor Bella Monaca. È facile innamorarsi di Roma, la vera sfida è viverla. Giulia Sfregola

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