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Il Governo Gentiloni ha giurato, ma sembra Renzi bis

213131863-983bbd60-07a0-4f9d-b51e-d95ef3419588Il Governo Gentiloni ha ottenuto la fiducia della Camera con 368 voti e del Senato con 169 voti. Lega e 5 Stelle non votano. Ministri quasi tutti confermati.

Dovevano lasciare definitivamente la politica, non solo la poltrona del governo. O almeno, così avevano ripetuto fino alla noia. Renzi, soprattutto. O Maria Elena Boschi, descritta nei giorni passati come inferocita alla sola ipotesi di non far parte del nuovo governo: infatti è Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del nuovo governo Gentiloni. Sarà la sua scrivania a filtrare i dossier destinati al Premier, un ruolo pesantissimo.

Ma anche Ernesto Carboni, quello del #ciaone agli elettori in occasione del precedente referendum sulle trivelle, che aveva dichiarato: ”Lascio la politica se perdiamo il referendum, grazie a dio non campo di politica, faccio altro. Non sono attaccato alla poltrona”. O Dario Franceschini: in un’intervista a La Repubblica dichiarò che, in caso di vittoria del No, “si chiude bottega, tutti a casa”. Fine del governo e fine della legislatura. Invece, Franceschini era ministro ai Beni Culturali prima con Renzi, e lo è ora con Gentiloni. Per tacere della neo-ministra dell’Istruzione Fedeli, sostituta di Stefania Giannini (una dei pochi a non aver salvato la poltrona)ed ex vicepresidente del Senato: oltre ad aver promesso anche lei che in caso di sconfitta al referendum avrebbe abbandonato la politica, si è scoperto che ha sempre millantato di aver conseguito una laurea, rivelatasi però un semplice diploma. Come ha scritto Dagospia, “a L’aria che tira la Fedeli aveva dichiarato di non essere attaccata alla poltrona. E infatti l’ha cambiata”.Giannini a parte, ministri quasi tutti confermati (Alfano va agli Esteri, Minniti agli interni, Lotti, fedelissimo di Renzi, allo Sport), gli altri sono ancora tutti lì. Boschi, Lotti, Madia, Poletti, e sempre più giù fino alle Picierno, ai Migliore e alle Bonafè: una classe dirigente di provincia mediocre e arrogante come il suo capo, composta da arrivisti portatori di nessuna istanza che diverga dal loro opportunismo e interesse personale. Renzi si è dimesso, è vero, ma si è anche già appropriato del 40% del ‘Si’, come se si trattasse di sue preferenze personali, e a lasciare la guida del PD non ci pensa proprio. Lascerà invece Gentiloni a logorarsi al posto suo fino alle prossime elezioni, tentando nel frattempo di ricostruirsi una verginità politica stando un po’ nell’ombra. Tanto gli italiani, si sa, dimenticano tutto piuttosto velocemente.

In molti sono convinti che il già renziano Gentiloni vada benissimo al Premier uscente, anche in quanto, per usare un eufemismo, non si tratta di un personaggio propriamente carismatico.

Parafrasando una vecchia battuta di Daniele Luttazzi (che parlava però di Frattini, ex ministro di Berlusconi), “Gentiloni ha un pregio: stare con lui è come essere da soli”. Per Renzi ha dunque il profilo ideale per permettergli di continuare a dettare legge nell’ombra, sia pure dal divano di casa a Rignano sull’Arno. Sulla durata della legislatura, Gentiloni risponde serafico: “I governi durano fino a quando hanno la fiducia del parlamento”.La maggioranza continua ad essere quella targata PD, e si continuerà a non andare a votare per parecchio tempo. A dispetto delle dichiarazioni ufficiali dei gruppi parlamentari, buone al massimo per qualche virgolettato sui giornali, c’è un elemento di cui nessuno degli interessati può parlare apertamente, ma che in realtà ha un ruolo fondamentale nella prosecuzione e nella durata di questa legislatura: due parlamentari su tre – 438 deputati su 630 (il 69,5%) e 191 senatori su 315 (il 60,6%) –non avranno diritto al vitalizio qualora la legislatura terminasse prima del 15 settembre 2017. Va da sé come nessuno (eccezion fatta forse per il M5S e la Lega) abbia veramente premuto sull’opzione elezioni immediate. In attesa delle prime mosse del governo Gentiloni, tutti gli occhi sono puntati sulla decisione che la Consulta prenderà sull’Italicum il prossimo 27 gennaio: da questa decisione uscirà fuori la legge elettorale con la quale si tornerà – forse, un giorno – alle urne, e Mattarella ha già chiarito che in nessun caso scioglierà le Camere fino a quando non sarà risolta l’incognita legata alla legge elettorale.

Sebastiano Palamara

 

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