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I 100 giorni della Raggi tra nomine, errori e litigi

13781928_1589733701324617_859010971052901027_nIn una città massacrata da decenni di malagestione, tre mesi difficilissimi per la Raggi: reticenze, dimissioni, sospetti e una giunta non ancora completa.

Roma Capitale, Settembre 2016. Una  città assediata e spolpata per decenni da gruppi di squali famelici, avidi e senza scrupoli, stritolata nella morsa di una crisi che è sociale e culturale ancor prima che economica, crocevia e luogo di spartizione di poteri politici, economici e mafiosi, tra cui troppo spesso è difficile tracciare una linea netta di demarcazione. Un partito, il PD, al governo della città per vent’anni (parentesi Alemanno a parte), tra regali ai costruttori e grandi abbuffate, magari a cena con Salvatore Buzzi e i suoi sodali; un partito, il PD, decimato da decine di arresti e un’infinità di inchieste, non solo della magistratura, ma anche di una commissione interna, condotta e guidata dalla sua – non a caso – marginalissima parte ancora sana (do you remember Fabrizio Barca?), che ha ritenuto di chiudere più di un terzo dei suoi circoli cittadini, considerati marci comitati d’affari. Immense periferie nate quasi unicamente da speculazioni, abbandonate a sé stesse e a cui è difficile dare un senso. Quantomeno un senso che non sia l’arricchimento di qualche clan o l’ammasso di centinaia di migliaia di persone che, quando va bene (si fa per dire), costituisce una forza lavoro con sempre meno diritti e dignità. Un’enorme massa di persone ostaggio di chi, tra appalti milionari, conti correnti cifrati e ville immense ha poi magari il coraggio di parlare di tagli alle spese sociali o di aumento dell’età pensionabile. No, non è l’incipit del prossimo romanzo di Giancarlo De Cataldo né la trama della prossima stagione di Romanzo Criminale. Non è neanche un capitolo inedito dell’Apocalisse, magari rinvenuto, miracolosamente intatto, in una cantina di Tor Sapienza o del Quarticciolo. E’ una (sin troppo) sintetica descrizione dello scenario nel quale lo scorso 19 giugno Virginia Raggi e il M5s hanno conquistato il Campidoglio e la stragrande maggioranza dei Municipi, annientando al ballottaggio, con il voto di quasi 800.000 romani, lo sfidante Giachetti  e il Partito Democratico.

Le prime ombre. La trionfale corsa elettorale della 37enne avvocatessa di Ottavia, era stata in verità già condita da qualche scivolone e da qualche “dimenticanza” di troppo. Ad esempio, l’omissione nel curriculum vitae del praticantato svolto nello studio di Pieremilio Sammarco (il cui fratello Alessandro è stato legale di Silvio Berlusconi, di Cesare Previti e del fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri), così come alcune collaborazioni e consulenze in società vicine a uomini della destra romana: ad esempio la presidenza della HGL srl, di proprietà di Gloria Rojo, dirigente Ama ed ex segretaria di Franco Panzironi, ex Ad di Ama, braccio destro di Alemanno, arrestato il 2 dicembre 2014 per Mafia Capitale (poi condannato a 5 anni e 3 mesi e tuttora agli arresti). Non esattamente titoli d’onore per la base del M5S, e non solo. Ugualmente, non buoni motivi di reticenza per la candidata di un Movimento che mette al primo posto onestà e trasparenza, insieme alla difesa del bene comune e a una visione della politica dalla parte dei cittadini contro il malaffare e i privilegi delle classi dirigenti. Parole e concetti che, abbinati alla disastrosa condizione in cui i partiti “tradizionali” hanno lasciato la città, hanno consentito a Virginia Raggi e al Movimento la schiacciante – e meritata – vittoria elettorale.

Gli sfidanti. Qualche omissis sul curriculum può essere considerato un peccato veniale, d’accordo, soprattutto quando tra i tuoi principali sfidanti figuravano, oltre al già menzionato Giachetti (uno che pochi mesi fa alla Camera difendeva a spada tratta Angelino Alfano), “giganti” come la camerata di Garbatella Giorgia Meloni, alleata del fascioleghista Matteo Salvini,  ex ministra di Berlusconi del quale sosteneva le leggi ad personam, trovando però qua e là il tempo di opporsi strenuamente al decreto che avrebbe posto fine alle sofferenze della povera Eluana Englaro e della sua famiglia. Come dimenticare poi il leggendario Alfio Marchini detto “Arfio”, il Richard Gere dei Parioli, che prima degli impegni elettorali si fermava in un autogrill sulla Salaria per parcheggiare la sua Ferrari e montare su una (per lui) improbabile Panda. Tanto per rendere la presa per i fondelli un po’ meno credibile. Sembra di vederlo, il sor Arfio, tormentato dal destino di Castelverde, della Borghesiana e delle altre borgate romane, mentre saltella tra circoli esclusivi, campi da golf e attici milionari. Infine quello Stefano Fassina (“Fassina chi?”) che negli anni dei governi Monti e Letta ha visto il suo voto coincidere nel 90% delle occasioni con quello di Gasparri e Santanchè. Lo stesso Fassina che in un’indimenticabile (purtroppo per noi) puntata di Report difendeva la macelleria sociale di Monti e Fornero, meritando così la guida della “nuova” sinistra romana. Insomma, davanti al caravanserraglio degli sfidanti di Virginia Raggi, i quadri di Bosch sembravano illustrazioni di libri per bambini dell’asilo. Il 19 Giugno Virginia Raggi diventa così il primo sindaco donna della storia di Roma, a capo della maggioranza monocolore più ampia che il Consiglio comunale di Roma Capitale abbia mai conosciuto.

La fine della luna di miele. Litigi e strane nomine. La festa a 5 stelle però, finisce ancor prima di cominciare. Certo, per la Raggi non è stata promettente la lettera da “telenovela sudamericana” (cit. Scanzi) inviatale pubblicamente dal marito nelle ore successive alla vittoria, ma per quella, passateci l’ironia, al massimo si può essere umanamente solidali con la neosindaca. La giunta si è resa conto dai primissimi giorni di governo che la situazione della città fosse più ingarbugliata e drammatica di quanto prevedessero anche le peggiori aspettative. E’ per questo che Alessandro Di Battista ha riconosciuto come principale errore di Virginia Raggi il non aver spiegato pubblicamente e con chiarezza questo stato di cose durante il primo mese di insediamento. Non hanno inoltre tardato ad arrivare scontri interni – con l’inevitabile corredo di umanissime invidie e gelosie – tra la Raggi e il mini-direttorio 5 stelle, inizialmente costituito per affiancarla nella complicata gestione di una città difficilissima come Roma, e dimessosi nelle scorse settimane dopo la cacciata di De Dominicis, assessore al bilancio chiamato a sostituire il dimissionario Marcello Minenna.  Alle beghe interne al Movimento e alla Giunta dedichiamo in questo numero un focus a parte. Il M5s conosceva però ben prima della vittoria elettorale l’enorme difficoltà che si sarebbe presentata al momento di reperire elementi non solo all’altezza per quanto riguarda capacità e competenze, ma soprattutto non contaminati da un potere politico ed economico che può comprare tutto e (quasi) tutti, e nel quale quasi tutti hanno la propria “parrocchia” di riferimento. Lo sappiamo. Ma allora, cara Virginia, cosa c’entra con i princìpi e con la storia del movimento la strana e spropositata importanza che hanno nella tua giunta personaggi come Salvatore Romeo e l’ex alemanniano Raffaele Marra? Anche a questo (cruciale) argomento è dedicato più avanti un approfondimento specifico. 

Sebastiano Palamara

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