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Greta Panettieri: “Il jazz è l’arte di improvvisare la vita”

Greta PanettieriLa talentuosa cantante di origine romana incontra “La Fiera dell’Est” in occasione della sua nuova partecipazione alla terza edizione del ‘JazzInForte’.

“Se hai bisogno di chiedere cos’è il jazz, non lo saprai mai” ripeteva Louis Armstrong a chiunque cercasse di comprendere un genere musicale che fondamentalmente non ha bisogno di essere capito, ma solamente di essere vissuto. In occasione dell’ultima edizione del “JazzInForte” tenutosi nei giorni 9-10-11 aprile presso il CSOA Forte Prenestino, i partecipanti hanno avuto l’occasione di lasciarsi andare a quelle vibrazioni tanto care alle strade di New Orleans e Chicago grazie soprattutto al talento degli artisti coinvolti quest’anno: fra tutti, Greta Panettieri, giovane cantante jazz italiana le cui capacità vocali hanno conquistato anche gli USA.

Quando hai deciso che avresti fatto la cantante?
Ho ‘deciso’ di fare la cantante verso i 15-16 anni, suonavo già il violino e il pianoforte, ma quando ho cantato in pubblico per la prima volta ho capito che il mio strumento era la voce.

Perché il jazz?

Il jazz mi ha sempre affascinato e stimolato più di ogni altro genere. Quando studiavo musica classica mi piaceva cambiare le note dei brani che suonavo e i miei professori mi sgridavano: dicevano che dovevo fare jazz se volevo cambiare le note. In seguito mi sono appassionata a tanti altri generi, ma sempre con l’orecchio del jazzista che  ti permette di ascoltare la musica a più livelli (diciamo che il jazz ti fa sentire in quadridimensionale!).

Come sei riuscita a farti apprezzare anche negli States?

Vivendo. Non ho mai seguito un tracciato esatto delle cose giuste da fare, anzi sicuramente il mio non è stato un percorso lineare. Ho però sempre avuto chiaro un solo obiettivo: riuscire a continuare a fare musica e cantare. Quando sono andata negli Stati Uniti avevo poco più di vent’anni e invece di tornare a casa  sono rimasta li per quasi 11 anni. Ho seguito l’istinto senza farmi fermante dalle paure o dalle certezze che sapevo stavo abbandonando.

‘Non gioco più’ è un tributo a Mina: è un semplice omaggio o un mettersi alla prova?

In realtà  non è né uno né l’altro, ma certamente è diventato entrambe le cose. E’ un progetto nato live, concerto dopo concerto e ci siamo resi conto che avevamo dei begli arrangiamenti, registrare il disco è stata la naturale conseguenza del lavoro fatto. Ovviamente è un progetto ispirato a Mina, quindi sicuramente un tributo a lei. Ogni volta che ci si esibisce in pubblico o si registra in studio ci si mette alla prova: io provo a farlo sempre con leggerezza, senza prendermi troppo sul serio, ma allo stesso tempo cercando di migliorare ogni volta e di riuscire a esprimere quel qualcosa che noi esseri umani abbiamo bisogno di esprimere.
E come è stato tornare a Roma per il “JazzInForte”?
Negli anni mi era  già successo di suonare al Forte Prenestino, ma tutte le volte è una grande esperienza, divertente ed emozionante. Il pubblico del Forte è in un certo senso ingenuo, libero dalle leggi e dalle critiche che spesso caratterizzano l’ambiente jazzistico italiano, e anche se a volte un po’ rumoroso una volta conquistato dalla musica è sempre generoso e partecipe: insomma di grande soddisfazione. Inoltre l’organizzazione è sempre impeccabile (a proposito, vorrei ringraziare Nicola Puglielli e Valentina Sgnappolini per averci invitato e il fonico del Forte Prenestino, Massimo Megale, con cui è sempre un piacere avere a che fare!).

Come risponde secondo te oggi l’Italia al jazz?

Ovviamente proprio perché di nicchia, il pubblico del jazz è molto curioso. Gli appassionati di jazz si sacrificano, viaggiano, cercano e comprano i dischi (non sono amanti del digitale) anche se devono faticare per trovarli, poiché spesso non sono distribuiti nei negozi. Se le radio, la televisione, ma anche le scuole dedicassero più spazio a questo genere così ricco, che ormai vanta un repertorio sconfinato anche molto contaminato (per cui neanche così ‘noioso’!), sicuramente il popolo del jazz sarebbe  molto più numeroso e più giovane.

Che consiglio daresti a chi vuole scegliere di dedicare la propria vita alla musica?
Di rimanere fedeli a se stessi, di avere tanto coraggio e tanta, tanta pazienza. Jacopo Ventura

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