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“GiuridicaMente Libera”: un‘associazione antiviolenza nel cuore di Don Bosco

centroAbbiamo intervistato alcune delle avvocatesse e psicologhe che da gennaio, nei locali di via Fadda, offrono al territorio uno sportello di ascolto e supporto legale per le donne vittime di storie di violenza.

GiuridicaMente Libera è un’associazione nata nel 2017, dall’idea di un team di avvocatesse e psicoterapeute, che hanno deciso di unire le loro competenze ed impegnarsi in prima persona nella prevenzione e nel contrasto alla violenza sulle donne. Da gennaio 2018 si sono costituite come associazione e hanno affittato un locale in via Carlo Fadda 111, nel cuore del quartiere Don Bosco. Qui l’associazione mette a disposizione dal lunedì al venerdì uno “sportello di ascolto antiviolenza”,aperto dalle 10 alle 17, garantisce assistenza legale gratuita ed una linea telefonica attiva h24. Lo spazio offre anche gruppi terapeutici sul riconoscimento e sulla rielaborazione della violenza ed organizza corsi di formazione nelle scuole e nei posti di lavoro.

avv-ssa-giulia-masiNon è un centro antiviolenza, almeno non ancora da un punto di vista giuridico. “Il prossimo step, avverrà tra una decina di giorni e sarà quello di costituirci come Onlus, con la finalità di lavorare sul tema della prevenzione alla violenza di genere” , ci spiega Giulia Masi, avvocatessa, alla quale chiediamo di raccontarci come è nata l’idea di questo progetto.

“Alcune di noi si conoscevano da prima, quello che ci univa oltre i rapporti personali era il desiderio di mettere a servizio delle donne le nostre esperienze e professionalità. Abbiamo scelto di farlo qui, proprio perché volevamo lavorare in un territorio dalla forte componente popolare”.

L’associazione si è subito attivata nel cercare di “fare rete” con le istituzioni, le scuole, i servizi e le altre realtà che lavorano con donne e bambini: “Perchétutti questi luoghi, possono essere dei recettori in grado di individuare, all’interno della comunità, i possibili casi di violenza”.

L’avvocatessa Masi racconta come, sin da subito, abbiano preso contatto conla stazione dei carabinieri e il commissariato di zona, con le scuole,dove gli insegnanti hanno dato la loro disponibilità a tenere dei corsi sulla prevenzione con i ragazzi e anchecon i parroci della chiesa di San Bernardo di Chiaravallee Don Bosco.

“Non vogliamo solo offrire assistenza psicologica e legale alle donne vittime di violenza, ma anche far riflettere e demolire i modelli e le consuetudini associati alla figura femminile. Questo vuole essere un luogo di accoglienza e di confronto, in una città che troppo spesso lascia sole le donne”.

Uno spazio aperto per rielaborare la violenza subita, ma anche per imparare a riconoscerla, quando ancora si è in tempo, cercando di andare oltre quella vergogna, il senso di colpa e la timidezza nel parlare di avvenimenti cosi intimi e dolorosi.

“Vogliamo creare una relazione con il territorio che funzioni, non solo come uno strumento per affrontare la fase emergenziale della violenza, ma che possa anche riuscire a prevenirla attraverso la formazione, l’ascolto e il confronto”.

dott-ssa-manuela-mocciaroRelazioni che Manuela Mocciaro, anche lei psicologa psicoterapeuta, ci spiega, coinvolgono direttamente anche i centri antiviolenza gestiti dalle associazioni “Be Free” e “Differenza Donna”, entrambi a Torre Spaccata.

“Da quando questo centro di supporto ha aperto a gennaio, ci siamointerfacciate con 5 casi, donne sia italiane che straniere. Il nostro lavoro è legato all’ idea di offrire uno spazio che riesca a offrire assistenza in un percorso, ma anche dare delle risposte vere ad esigenze gravi e reali, che investono la donna a 360 gradi, con una serie problematiche pratiche, oltre che psicologiche e legali. Per esempio, nei casi di donneche vivono situazioni pericolose per la loro incolumità e che hanno quindi bisogno di un rifugio, diventa fondamentale saperci rapportare con le realtà che hanno la capacità di accoglierle in apposite strutture insieme ai loro figli”.

dott-ssa-milena-cianoAnche la dottoressa Milena Ciano è una psicologa psicoterapeuta: “Sono una delle ‘new entry’ del gruppo. Volevo impegnarmi in un progetto concreto sul tema della violenza di genere, qui sono stata accolta e così ho iniziato anche io”.

La dottoressa ci spiega che nel loro spazio, ovviamente, non è possibile fare dei veri e propri cicli di psicoterapia “sia perché necessiteremmo di ben altri spazi, sia perché sarebbe comunque una forzatura iniziare un percorso psicoterapeutico, quando spesso è la donna stessa vittima di violenza, a non esser sicura di volerla. Questo può accadere per la paura, per lo stato confusionale o dovuto all’ansia per il proprio futuro e quello dei propri figli.Il nostro obiettivo, attraverso l’ascolto, mira a far emergere quanto più possibile la soggettività della persona, punto di partenza fondamentale per ricostruire la propria autostima e iniziare un percorso difficile, ma possibile, di uscita dalla violenza”.

La dottoressa si sofferma poi anche sulla diversificazione della violenza di genere nella nostra società:“Una società aggressiva verbalmente, psicologicamente e fisicamente con le donne; nelle mura domestiche, nei luoghi di lavoro e nelle relazioni personali”.

Proprio questo è un tema caro al gruppo di avvocatesse e psicologhe, per cui bisognerebbe imparare a superare anche il “problema comunicativo” tra donne e uomini. Si parla di quella violenza verbale fin troppo spesso sottovalutata, entrata ormai a far parte del vocabolario e del linguaggio quotidiano. Le operatrici ci tengono a sottolineare come “sarebbe auspicabile, anzi doveroso, uno sforzo collettivo nella trasformazione del linguaggio comune,per renderlo più accogliente e meno stereotipato.”

“Abbiamo il dovere di fare tutto ciò che è in nostro potere affinché si elabori e condivida una nuova cultura fondata sulla parità e sul rispetto reciproco, solo così potremo attuare davvero un cambiamento radicaledella nostra società, un cambiamento però che devecoinvolgere tutti, nessuno escluso”.

Ed è evidente che spinte da questa ragione hanno così deciso di lavorare a questo progetto coinvolgendo anche gli uomini.

Le operatrici infatti ci tengono a far sapere che nel centro lavora anche Giovanni Amorosi, avvocato: “E’ stato lui a chiederci di poter collaborare nella realizzazione di questo progetto.Noi abbiamo subito accettato, proprio per comunicare il messaggio che la violenza sulle donne è un problemasoprattutto culturale della nostra società e che per contrastarla dobbiamo chiamare in causa anchela responsabilità degli uomini”.

“Ognuno può trovare la propria specificità in questa battaglia culturale – ci dice Giulia Masi - La società è cambiata, come fortunatamente è cambiatala figura della donna, ed è ora che anche l’uomo impari ad accettarlo in termini positivi, rifiutando la cultura dell’abuso fisico, psicologico ed economico”.

avv-ssa-elisa-faloneL’avvocatessa Elisa Falcone sottolinea un elemento importante per l’associazione. Ci racconta infatti di come in questi mesi,stiano cercando di trovare un modo di rispondere anche a quelle esigenze di tipo economico che, le donne vittime di storie di violenza, si trovano a dover affrontare:come la perdita della casa dovuta alla fuga, o la mancanza di un lavoro che permetta loro di sopravvivere.

“Ci siamo messe in moto prima attraverso le nostre conoscenze, chiedendo ad amici e parenti se avessero bisogno di babysitter, colf, traduttrici, badanti… ma era un meccanismo faticoso, con scarsi risultati pratici. Cosi abbiamo deciso di utilizzare la nostra pagina Facebook per pubblicizzare l’offerta di lavoro di quelle donne che cercano progressivamente di recuperare la propria autonomia, e che attraverso un lavoro possono permettersi di affrontare il loro percorso con maggiore serenità”.

Questo perché, una donna vittima di abusi e in difficolta economica, anche se uscita dalla situazione di violenza,è spesso “costretta” dalle ristrettezze o dall’indigenza, a tornare dal suo aguzzino, semplicemente perché non sa come andare avanti, in una condizione emotiva spesso amplificata dalla presenza dei figli. Ecco che allora il lavoro assume un valore che va oltre la sua mera funzione e diventa un mezzo efficace anche per uscire dall’abisso della violenza.

“La Regione Toscana, ha stanziato dei fondi regionali per l’emergenza abitativa ed il reinserimento professionale delle donne vittime di violenza, e questa sarebbe certamente un’iniziativa virtuosa da riprodurre anche nel Lazio e in altre regioni d’Italia. Lo Stato deve rendersi conto che il problema della violenza di genere investe e coinvolge ogni livello della vita di una donna“.

Un appello che evidenzia come l’inasprimento delle pene per questo tipo di crimini, non possa essere l’unico meccanismo che lo Stato è grado di mettere in campo nel contrasto alla violenza sulle donne, ma che necessita di un intervento mirato a garantire il recupero e il reinserimento di tutte quelle donne, che coraggiosamente decidono di riprendersi la loro vita. Giacomo Capriotti

Per contattare il centro è possibile telefonare al numero 06.21119202.

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