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La memoria “assassinata” dall’indifferenza

Shoah-18“Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo”. E’ una delle frasi che Primo Levi, scrittore e prigioniero nel lager di Auschwitz, dedicò all’importanza della memoria. Il 27 gennaio deve oggi rappresentare un monito per le generazioni attuali ma soprattutto per quelle future. 

“E’ tempo di inserire l’undicesimo comandamento: mai essere indifferenti”, commentava un sopravvissuto nel campo di sterminio di Auschwitz. Eppure l’indifferenza nella società attuale regna sovrana. Siamo indifferenti, siamo lontani anni luce dall’impegno sociale e civico con cui invece i nostri nonni ristabilirono un principio cardine: l’inviolabilità dell’uomo.

Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche aprirono le porte di quell’inferno: Auschwitz. Il velo di omertà e di indifferenza fu costretto a cadere.

I racconti dei superstiti, la semplice vista dei loro corpi martoriati dagli stenti e dalle violenze fisiche e psicologiche entrarono a gamba tesa in una società, dilaniata da una terribile guerra,  che aveva forse bisogno di dimenticare, ma che invece dovette fare i conti con le proprie responsabilità.

Perchè? Come è stato possibile? E’ l’indifferenza, l’omertà che ha fornito la linfa vitale alla barbarie più efferata della Storia. Uno sterminio di massa, organizzato scientemente, di cui molti sapevano ma che decisero di tacere.

Non solo ebrei ma omosessuali, rom, sinti, disabili e dissidenti politici. Ad Auschwitz le diversità, che sono il valore aggiunto di questo mondo, furono cancellate con l’obiettivo di stereotipare la popolazione.

E’ importante ricordare, non perdere le tracce di quella memoria che quei valorosi superstiti ci hanno lasciato.

 Purtroppo, la memoria sta a mano a mano svanendo. I testimoni sono quasi tutti morti e siamo noi, ognuno di noi, ad avere il compito di tramandare l’eredità che ci hanno lasciato.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”, diceva Primo Levi. Parole che oggi suonano come un pugno nello stomaco. Quanto stiamo facendo per tenere alto il ricordo, quanto stiamo facendo per stimolare la conoscenza nei giovani. Quanto per valorizzare le diversità? E soprattutto quanto stiamo facendo per inculcare loro i valori della fratellanza?

Potrebbe succedere di nuovo,scriveva Primo Levi. E forse sta di nuovo accadendo. Le coscienze sono nuovamente oscurate da una società che ci vuole isolati da qualunque forma e concetto di comunità, è morto il dialogo, il confronto dialettico per fare posto alla tecnologia che ci rende sempre meno  interessati al rapporto con l’altro.

Si continua ad uccidere, si continua a perpetrare barbarie e guerre. Nell’indifferenza generale, quell’indifferenza che i testimoni ci avevano implorato di combattere. Oggi più che mai appare evidente che il vero pericolo risiede nella nostra indifferenza. Sempre meno ci impegnano in battaglie in difesa dei diritti civili, sempre meno ci mettiamo in prima linea in difesa del bene comune. Abbiamo di nuovo alzato intorno a noi quelle barriere e confini che ci rendono esseri miseri e beceri. Abbiamo perso completamente il senso della giustizia e della libertà, assorbiti da un sistema che hanno confezionato a puntino per renderci silenti e immobili.

Solo 73 anni fa ragazzi di poco più di 12 anni, spinti dal desiderio di tornare ad essere liberi e stimolati dalla voglia di giustizia, a prendere un fucile e combattere. Solo 73 anni fa, bambini furono ammazzati come bestie in luoghi infernali quali i lager tedeschi. Solo 71 anni fa si moriva perchè di idee e credi diversi.

Oggi si discute ancora su quali diritti debbano avere i profughi in fuga dalla guerra, quali diritti debbano avere gli omosessuali. E il vento che soffia è spaventoso, trasmette frasi come “noi e loro”, “torna al tuo paese”, “frocio di merda”. Cosa ci ha insegnato allora il dramma patito dai nostri padri e nonni?

Nel mondo dell’indifferenza e dell’intolleranza appare sempre più preponderante l’immagine di una nuova Auschwitz: un lager mentale in cui ancora oggi ci troviamo imprigionati.

“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate, tornando a sera, il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome, senza più forza di ricordare, vuoti gli occhi e freddo il grembo, come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore, stando in casa, andando per via, coricandovi, alzan

Important!

dovi; ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”, scriveva Primo Levi.

Riflettiamo, non dimentichiamo, non ignoriamo.

Marco Severa

 

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