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Due Leoni. Sparò alla compagna davanti alla figlia di 2 anni. Omicidio colposo e imputato libero

da sx andrea sbardella, rita caldar, amedeo e simonParla la madre della vittima: “All’incidente non ha mai creduto nessuno, nemmeno la polizia”.

Natascia Meatta aveva 27 anni, è stata uccisa davanti la figlia di 2 il 17 settembre del 2014 con un colpo di pistola alla testa sparato dal suo ex-compagno, Alessandro Popeo sei mesi dopo la fine della loro relazione. Erano a casa della madre di lei in via San Biagio Platani, Due Leoni, dove Natascia era tornata dopo la fine della turbolenta relazione con Alessandro. L’uomo, ex guardia giurata, sostenne da subito di aver fatto accidentalmente partire il colpo mentre puliva l’arma in dotazione, versione confermata dal compagno di Natascia in quel periodo, che l’omicida lascia intendere essere presente sul luogo al momento dell’accaduto, pregiudicato per droga e conoscente di Popeo. Il pm chiese 16 anni per omicidio volontario più un anno per cessione di droga (che sarebbe stata fornita a Natascia), la condanna è stata derubricata a omicidio colposo e 5 anni di reclusione con sospensione della pena e l’assoluzione per la cessione di droga. Secondo il giudice è stato un incidente. Risultato: un anno di custodia cautelare poi la sospensione della pena e l’imputato naturalmente privato della patria potestà ma libero. Il giudice che ha emesso la sentenza si chiama Anna Argento (nota per aver rifiutato l’iscrizione delle liste PDL alle elezioni regionali del 2010 perché consegnate oltre il limite, fu denunciata per abuso d’ufficio); l’avvocato difensore si chiama Piergiorgio Manca, una lunga esperienza da difensore nei processi della criminalità romana (rapimento Soffiantini, omicidio Donatoni) fu anche testimone, nel 1998, al processo per la morte di Mino Pecorelli. Nel 2010 subì una gambizzazione davanti al suo studio nel periodo in cui difendeva il commercialista Marco Iannilli nel processo Mokbel per la truffa Fastweb. L’avvocato d’accusa che cura i diritti della famiglia di Natascia è Massimiliano Santaitti, esperto in femminicidi, difensore anche di Chiara Insidioso, la ragazza ridotta un vegetale dal compagno a forza di calci nel 2013.

IMG_20170216_205218Le testimonianze. Incontriamo la madre di Natascia, Rita Caldara, sotto casa sua, dove tutto è successo e  dove lei ancora vive. Ci sediamo in un bar gestito da Andrea e Simona, amici di famiglia che insieme ad altri del quartiere le sono vicini nelle difficoltà quotidiane. La madre di Natascia, infatti,  si trova ad affrontare da sola una situazione economica e legale estremamente complicata. L’Italia è infatti l’unico paese della comunità europea che non prevede un fondo di aiuti alle persone colpite da questi drammatici avvenimenti, la comunità di questo pezzo di quartiere rappresenta l’unico ammortizzatore sociale per Rita e la sua nipotina, che vive con lei. “Quel giorno stavo tornando a casa – ricorda  – e appena ho infilato la chiave nella serratura del portone ho sentito lo sparo provenire da sopra le scale. Sono corsa su, ho pensato subito a una pazzia dell’ex compagno, ho prima incontrato Giorgio (compagno di Natascia e testimone) che portava via mia nipote, poi ho visto Alessandro sul pianerottolo che chiedeva aiuto dicendo di aver sparato per errore. Qui tutti conoscono la situazione, era un violento, alcune delle percosse che mia figlia subiva si sono consumate proprio in questa strada, tutti hanno visto”.

Andrea, il proprietario del bar conferma: “Una volta Natascia si era venuta a nascondere qui nel bar, impaurita, chiedendomi il telefono in prestito. Alessandro è entrato infuriato, in divisa e con la pistola nella fondina, io ho minacciato di chiamare i carabinieri e alla fine se ne è andato. Pochi giorni prima del delitto si era fatto vedere qui al bar, sorridente anche non essendo un avventore abituale”. “Era morbosamente geloso, – dice Amedeo, amico di famiglia di Natascia e Rita- si arrabbiava per qualsiasi sciocchezza, anche solo per una parola scambiata”.

“Era stata picchiata anche in gravidanza  – aggiunge Rita – e quando proprio non ce la faceva più si era rivolta a delle associazioni per risolvere la questione. Non si è mai confidata del tutto con me, io avevo già perso un figlio di 27 anni, un marito e combattevo un cancro, mi ha riservato premura, la stessa che ha avuto per sua figlia evitando sempre di denunciare il padre”. “Il giorno del fatto – prosegue Andrea – dopo aver sentito lo sparo pensavo fosse un petardo o qualcosa del genere, poi ho visto il compagno di Natascia (il testimone non l’ex Alessandro Popeo, ndr) qui fuori sconvolto crollare su se stesso. L’ho fatto riprendere con dei colpi in viso mi ha guardato e mi ha detto che avevano sparato a Natascia”.

natasciaLe perplessità della madre rispetto alla sentenza. Le domande che tormentano la signora Caldara sono molte e legittime: “Perché si è presentato a casa nostra in divisa e con la pistola se quel giorno era in malattia? Perché avrebbe posato la pistola con il colpo in canna e il cane alzato, sul tavolo, decidendo di pulirla proprio quando era venuto a trovare la figlia che era li intorno? E come può essere che il colpo sia entrato nella testa di mia figlia dall’alto al basso se entrambi erano seduti? Quell’arma (una Beretta 98 stock) non è fabbricata in modo tale da sparare facilmente: ha tre sicure e necessita di una pressione di 3 o 4 chili sul grilletto perché parta il colpo, lui ha sparato con la mano destra, quella debole, essendo mancino. Specialmente da un giudice donna non mi aspettavo questa sentenza”. Sul tavolo dove era posata la pistola sono state trovate dosi di hashish e marijuana. Sia l’autore del delitto che il testimone erano pregiudicati per fatti di droga.

“Se la sentenza fosse confermata – ipotizza Rita – Alessandro potrebbe rivendicare la patria podestà sulla piccola e ottenerne l’affidamento. É una volontà espressa anche dai genitori di lui dai quali non ho mai ricevuto né scuse né condoglianze né un fiore sulla tomba di mia figlia”.

Alla natura accidentale del delitto non crede proprio nessuno, né gli abitanti del quartiere, né il pm che aveva chiesto 16 anni e a detta della signora Caldara neanche gli inquirenti: “Al commissariato Casilino i poliziotti non credono affatto all’incidente. Mi rimproveravano dicendomi di dare tutti i particolari che ricordavo, scandagliare nella memoria le immagini di quegli attimi per poter arrivare alla verità in maniera inconfutabile e non rendere vano il loro lavoro”.

I delitti delle guardie giurate e la lettera di Natascia a sua figlia. Forse è solo una coincidenza ma i fatti di sangue che coinvolgono guardie giurate sono molto frequenti tanto che nella primavera del 2016, alcuni giorni dopo la sentenza per l’omicidio di Natascia e dopo che nel giro di poco tempo se ne erano consumati diversi tutti per mano di guardie giurate, la stampa ha cominciato a porre l’accento su questa casistica. Ancora prima, proprio nel 2014, sia un’inchiesta de “Le Iene” che un’altra di “Presa Diretta” e un articolo su “Il Fatto Quotidiano” avevano scandagliato il tema: 30 omicidi l’anno venivano commessi con pistole in dotazione ai vigilantes.

“Ieri Michela Baldo, 29 anni, è stata uccisa da un colpo di pistola dal suo fidanzato guardia giurata Manuel Venier [...] lo scorso 28 maggio, era toccato alla 22enne Sara Di Pietrantonio, uccisa dall’ex fidanzato Vincenzo Paduano, anche lui una guardia giurata, che le ha dato fuoco perché non si rassegnava alla rottura. Poche settimane prima, il tribunale di Roma ha inflitto cinque anni di reclusione per omicidio colposo ad Alessandro Popeo, guardia giurata finita a processo con l’accusa di aver ucciso, sparando con la sua pistola di ordinanza, l’ex compagna, Natascia Meatta. [...] lo scorso 9 maggio a Roma, una guardia giurata si è “limitata” a picchiare la fidanzata in un bar, puntando la pistola di ordinanza contro chi aveva tentato di intervenire. Nove mesi fa, a San Giorgio a Cremano, nel Napoletano, una guardia giurata ha tentato di uccidere la moglie con la propria pistola e poi si è tolto la vita”.

Questo è uno stralcio di articolo apparso sul sito “L’ultima ribattuta” l’8 Giugno del 2016 a firma di Mario Basso a cui, pochi giorni dopo, il 29 giugno, rispose proprio un’agenzia di sorveglianza: “Noi, come aziende, quando assumiamo non possiamo chiedere nulla all’aspirante guardia giurata, salvo gli aspetti che riguardano la parte giuslavoristica, perché tutta la parte di verifica dei requisiti di legge è rimandata a Questure e Prefetture [...] Ogni anno decreto e porto d’armi vengono rinnovati dalle stesse Questure e Prefetture. Quindi ci sarebbero anche le condizioni per rinnovare  i controlli con una ragionevole frequenza. O almeno dovrebbe essere così. [...] A tale assenza si aggiungono le aggravanti dei Tribunali del Lavoro: noi abbiamo licenziato una guardia giurata che – fuori servizio – ha fatto una rapina a mano armata. Questa persona ha successivamente impugnato il licenziamento e il giudice del lavoro lo ha reintegrato. Pertanto, abbiamo pagato tutte le mensilità in cui era stato a casa. Non solo: il giudice lo avrebbe riarmato [...] Abbiamo più volte segnalato a Questure e Prefetture che tutti i dismessi, i licenziati, i cassa integrati e quelli messi in mobilità (perché il nostro è un settore in forte crisi) – quindi tutte le ex guardie giurate – rimangono armate! Quando segnaliamo episodi che riteniamo di gravità, di instabilità o di pericolosità né la Prefettura né la Questura prendono mai in considerazione le nostre denunce. Purtroppo questi argomenti, forse di scarso interesse, non vengono trattati. Anche (e soprattutto) perché nessuno gradisce alzare la voce contro Prefetture e Questure che, di fatto, hanno il potere di ritirare la licenza per l’esercizio dell’attività all’azienda di vigilanza, anche sulla base del solo sospetto di irregolarità. Spesse volte strumentalmente? Per turbare la concorrenza? Sponsorizzate da qualche player meno corretto?”.

 Un femminicidio, tre generazioni di donne colpite, la latitanza delle istituzioni. Quello consumato ai Due Leoni è un delitto che colpisce 3 generazioni di donne: una bimba che ha dovuto assistere alla morte violenta della madre, una giovane donna stroncata nel fiore degli anni e sua madre che si ritrova a dover crescere i figli che le sono rimasti, sua nipote, battersi per dare giustizia alla figlia e cercare di tirare avanti tra spese legali e necessità quotidiane. Un intero quartiere le si è stretto intorno per sopperire alla grave mancanza di aiuti istituzionali.

Una mancanza che a tratti si fa spietata costringendo Rita Caldara da sola, davanti all’orrore della morte, facendola abituare a cose che nessuno dovrebbe vedere: “Quando successe il fatto la polizia ha messo i sigilli a casa mia per 15 giorni. Nessuno si è preoccupato di cercarmi una sistemazione, mi hanno lasciata in mezzo a una strada e solo grazie all’ospitalità dei miei vicini mi sono procurata un posto dove stare. Rientrata a casa la scena del delitto era ancora così, nulla era stato mosso o ripulito. Il sangue di mia figlia rappreso, aggrappato alle pareti e al pavimento di casa mia, materiale cerebrale in putrefazione. Un odore nauseabondo. Ho pulito tutto da sola, lo volevo fare, lo dovevo fare. Cercare, per quanto possibile, di ristabilire la serenità a casa mia, una serenità che rispecchia quanto mia figlia ci ha lasciato. Viviamo ancora in questa casa, dove io rivedo una figlia morta e mia nipote una madre uccisa, perché non ho possibilità di spostarmi ma anche perché sento la presenza di Natascia. Una sensazione piacevole che mi da forza”.

Quando parla del tumore che l’ha quasi uccisa Rita rivela una forza tanto grande quanto tragica perché scaturita e nutrita dall’orrore. Una donna minuta che ha perso tutta la famiglia e che poi è stata ridotta in fin di vita da un male che pareva aver avuto la meglio: “L’ho superato solo perché mia figlia era in quella situazione di difficoltà. La mia malattia mi pareva solo una distrazione e se sono ancora qui è perché devo fare tutto ciò che è in mio potere per rendere giustizia a Natascia e a mia nipote”.

Il 6 giugno si celebrerà luogo il secondo grado di giudizio. Rita lancia un chiaro appello e ribadisce la sua posizione: “Io credo che la sentenza di primo grado sia stata emessa senza considerare nella giusta misura tutti gli elementi emersi nella ricostruzione dei fatti: balistica, natura dell’arma, colpo in canna, il fatto che il Popeo fosse in divisa e armato nonostante fuori servizio, le pregresse violenze… Non ci crede nessuno che sia stato un incidente. Saremo tutti presenti in tribunale nel giorno dell’appello, sperando fortemente di assistere a un rovesciamento della sentenza come d’altronde era stato disposto dal pm. Natascia è stata uccisa in maniera intenzionale e premeditata”.

Marco Severa

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