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Disastro Roma: arrestato Marra per corruzione, la Raggi è finita

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Finisce per Raffale Marra l’esperienza nell’Amministrazione Raggi. Nominato prima Vice capogabinetto, poi spostato alla guida del Personale, termina la sua avventura nel carcere di Regina Coeli. Fortemente sostenuto dalla sindaca che però oggi lo scarica: “Non mi dimetto, era uno dei tanti tecnici del Comune, non aveva una carica politica”. 

Sono arrivati i carabinieri a portarselo via in manette. Probabilmente solo così si poteva farlo uscire dalla giunta romana di Virginia Raggi: secondo lei, fino a un minuto prima dell’arresto,non solo Raffaele Marra doveva rimanere a tutti i costi, ma nessuno doveva azzardarsi a metterne in discussione la crescente importanza in Campidoglio. Non poteva provarci nemmeno Grillo (il famoso “despota” Grillo, che in questo caso avrebbe sicuramente preferito esserlo veramente), che si è visto apertamente ricattato:  qualora avesse continuato a “minare l’autonomia” di Virginia, lei avrebbe posto fine alla clamorosa occasione di governo della Capitale, addirittura solo pochissimi mesi dopo il vittorioso ballottaggio contro Giachetti. Se nulla ha potuto il carismatico fondatore, nello smuovere la rigida intransigenza della sindaca, figuriamoci il direttorio o i parlamentari del M5S, per non parlare degli iscritti del M5S o gli elettori che l’hanno votata lo scorso giugno.

marraL’arresto. Raffaele Marra, capo del Personale del Campidoglio, è stato arrestato dai carabinieri con l’accusa di corruzione insieme al costruttore Sergio Scarpellini, detto “il Supremo”, quello che Di Battista definiva “l’immobiliarista della Casta”. Oggetto dell’inchiesta è stato l’acquisto, da parte di Marra, di una casa di proprietà Enasarco (fondazione riconducibile al Ministero dell’Economia): a dargli parte dei soldi necessari all’acquisto, sarebbe stato il costruttore Scarpellini che, grazie agli accordi firmati con lui proprio dall’allora capo Dipartimento Casa e Patrimonio Raffaele Marra, concluse nello stesso periodo affari milionari. Secondo il gip Maria Paola Tomaselli, che ha in carico l’indagine, Marra deve andare in carcere perché c’è il “concreto e attuale pericolo di reiterazione di condotte delittuose analoghe a quelle accertate e ciò ancor più in considerazione del ruolo concreto attualmente rivestito da Marra all’ interno del Comune di Roma, della indubbia fiducia di cui egli gode da parte del sindaco, Virginia Raggi”. In una breve conferenza stampa, in cui non sono state ammesse domande, la Raggi si è scusata, si è detta dispiaciuta per essersi fidata, e ha ribadito di voler andare avanti.

Il personaggio. L’ex capitano della Guardia di Finanza Raffaele Marra, il ‘Don Raffaè’ degli anni di Alemanno (del quale era un fedelissimo) poteva ormai sconfinare sovente dall’ esercizio delle sue – pur importantissime – mansioni (prima era vicecapo di Gabinetto, poi fu posto dalla Raggi a capo dei quasi 25.000 dipendenti del Campidoglio). Non c’era decisione che la sindaca non delegasse a lui, o che prendesse senza averlo prima consultato. Era lui a decidere se i movimenti potessero prendere la tal aula del Campidoglio per un’assemblea, lui a organizzare l’agenda della sindaca e a concordare con lei le mosse politiche più importanti, a lui era virtualmente delegata la gestione dei gangli amministrativi vitali del Campidoglio. L’ex magistrato di Milano Carla Raineri, primo capo di gabinetto della sindaca, lo definì senza mezzi termini “un mediocre che gestisce il Campidoglio forte della protezione della Raggi”. Si dirà che la Raineri parlò per acredine, avendo poi perduto il posto in giunta, e si può anche fingere di credere alla cosa: però poi è arrivata la nomina del fratello Renato (si, Marra anche lui), come se non ne bastasse già uno in giunta; poi sono arrivate le inchieste, così dettagliate e minuziose da rendere ridicole le difese addotte, a tratti condite di grottesco (vedi le “storielle” raccontate da Marra su ministri, preti e 007, o l’irritante superficialità con cui la Raggi definiva ogni addebito come un “attacco dei poteri forti”. See, Virginia, come no). Era proprio Beppe Grillo, che – secondo indiscrezioni- pochi mesi fa commentava allibito “Questa è pazza” al rifiuto di Virginia, se non di cacciare, quantomeno di ridimensionare il ruolo in giunta del suo principale collaboratore. E il peggio doveva ancora venire, dal momento che si contestava a Marra “solo” l’aver attraversato da protagonista – prima insieme ad Alemanno in Comune, poi con Polverini in Regione – una delle stagioni più torve della funesta gestione – saccheggio ormai decennale di Roma. Ma, dal momento che il M5S nasce su una (presupposta) totale discontinuità con tutti i partiti politici, e si propone di “cacciare a ‘calci in culo’ gli uomini di sistema sempre saldamente in sella” (copyright Roberto Fico), i trascorsi marriani erano una contraddizione grande come una casa. Già, una casa. Per esempio grande come la casa da 8 camere da letto che la moglie di Marra comprò da Enasarco per soli 300mila euro, o come l’attico che il palazzinaro Scarpellini (anche lui arrestato insieme a Marra) regalò all’ allora capo del Dipartimento alla Casa del Campidoglio, a prezzo praticamente stracciato: mezzo milione di euro di sconto, per un pagamento complessivo corrispondente a metà del prezzo di mercato. O gli affari fatti con l’immobiliare Ten di Francesco Totti; in più di una occasione Marra ha sottoscritto, da dirigente capitolino, contratti con cui il Comune di Roma, si impegnava a corrispondere ai palazzinari di turno canoni tripli rispetto a quelli che sarebbero stati adeguati (tenuto conto di zona di riferimento e della metratura degli immobili).

virginia-raggi-mani-fra-i-capelli-disperataLa sindaca dimezzata. A prescindere da quali saranno gli sviluppi delle prossime ore e dei prossimi giorni, l’esperienza Raggi a Roma è finita. Non può essere altrimenti: tanto per cominciare il movimento 5 stelle, a questo punto, si gioca la sopravvivenza e qualunque futura ambizione più grande di una vittoria al Comune di Orbetello, nella rapidità e nella nettezza con cui saprà dissociarsi dalla sindaca, ponendo fine alla tragicomica esperienza della sua giunta. Lasciamo perdere (si fa per dire) il tradimento delle promesse fatte in campagna elettorale, l’incoerenza tra le posizioni sempre espresse dal M5s e la sciagurata gestione fatta dalla sindaca, non solo nel caso Marra, ma anche nel recente caso Muraro, conclusosi proprio in questi giorni con un avviso di garanzia e le successive dimissioni dell’assessora all’ Ambiente. E prima c’erano già stati gli “inciampi” su Minenna, Lo Cicero, Raineri, De Dominicis, eccetera. In ogni caso, il riverbero sul M5s della tragica esperienza romana della 37enne avvocatessa di Ottavia, sarà devastante. La batosta per i grillini arriva proprio nel momento in cui, dopo le dimissioni di Renzi e l’insediamento di Gentiloni col suo governo-fotocopia, sembrano finalmente profilarsi nuove elezioni politiche, pur ancora lontanissime all’orizzonte,  elezioni nelle quali sono note a tutti le ambizioni del M5S, dati fortissimi in tutti i sondaggi (per quel che valgono i sondaggi…).  Cosa farà ora Virginia Raggi? Si barricherà in Campidoglio minacciando l’impossibile pur di tirare avanti un altro po’ di tempo, ormai ‘azzoppata’ e senza più alcuna autorevolezza né legittimità? Il suo declino è ormai inarrestabile e a nulla servirà strappare qualche altro scampolo di un ciclo nemmeno iniziato e già praticamente alla sua fine. Rassegnerà le sue dimissioni? Tenterà un meno che probabile Raggi-bis ( ma sostenuta da chi?)? Si vedrà. Nell’ affare Marra la Raggi è apparsa sempre rigida e intransigente – a tratti arrogante – di certo incomprensibile(almeno considerando vera la sua buona fede). Ridicole le sue dichiarazioni dopo l’arresto: “Probabilmente abbiamo sbagliato, Marra era già un dirigente e ci siamo fidati, mi dispiace per i cittadini romani e per il M5S”, oppure “Marra uno dei 23mila dipendenti non un esponente politico”. Inutile commentare frasi del genere, se non chiedendosi se proprio lei non abbia svolto, contro il M5S, il ruolo di “cavallo di Troia” di quegli stessi poteri da lei altre volte evocati a sproposito. Complottismo da “scie chimiche” anche questo? Forse; di certo, però, il declino di Virginia è la rivincita di Roberta Lombardi, protagonista di un indiretto scambio di altissimo livello con Marra: lui, in pieno delirio post- prandiale, si definì con aria biblica “lo spermatozoo che fecondò il movimento” (suscitando per altro, con questa suggestiva immagine, diffuse nausee nei lettori del blog di Grillo, soprattutto nell’ orario dei pasti), lei lo rimise al suo post(o) su Fb, definendolo “il virus che sta infettando il movimento”.

Dimissioni?La Lombardi, nel frattempo, momentaneamente offuscata dall’ euforia, evoca addirittura Martin Luther King (“La vigliaccheria chiede: è sicuro? L’opportunità chiede: è conveniente? La vana gloria chiede: è popolare? Ma la coscienza chiede: è giusto? Prima o poi arriva l’ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla, perché è giusta”). Traduzione: non sono solo le opposizioni a chiedere le dimissioni della Raggi, ma anche l’agguerritissimo fronte interno che, a questo punto, riprende quota e voce in capitolo all’ interno del M5S. Fa però eccezione, nella richiesta di dimissioni, il Pd, con la capogruppo dal congiuntivo traballante Michela De Biase, non a caso ex commissione Cultura del Comune e moglie del Ministro della Cultura, straordinaria, solo pochi mesi fa, in consiglio comunale: “Vorrei capire come si fosse, si sarebbe comportato il M5s, come vi sareste comportati voi se questi accadimenti avrebbero riguardato…”: la De Biase precisa, a scanso di equivoci, che il PD non chiede alla Raggi di lasciare il posto. Aggiungiamo noi: meglio che rimanga lì il più possibile ad erodere i consensi elettorali del M5S e a permettere al PD di avere il tempo di far dimenticare (come fosse davvero possibile) Mafia Capitale e di ripresentarsi alle elezioni come se nulla fosse. Nel frattempo, anche con il nuovo albero di Natale a Piazza Venezia, la città continua a scivolare verso il baratro. Sebastiano Palamara

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