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Daniela Iannone: “Perchè non scriverlo io”

Daniela Iannone e Michele FazzittaIl 6 maggio è uscito il suo secondo libro ‘Il Veleno dei Santi’ prosieguo di ‘Il Volto dello specchio’. Daniela Iannone è una scrittrice di 32 anni, residente a Lunghezza. E’ affetta da atrofia muscolare di tipo secondo, ma ha scelto di scrivere di altro. E le sue storie non sono mai banali. Noi abbiamo voluto incontrarla per conoscerla meglio.

E’ uscito il tuo nuovo libro ’Il veleno dei santi’di cosa parla?

Si tratta del seguito di ‘Il volto dello specchio’. La storia è basata su un serial killer che uccide le vittime nel giorno del loro onomastico, riproducendo la scena del loro martirio.

Come è nata l’ idea di farne un film?

Amo il cinema e amo i miei personaggi. Quando crei un personaggio arrivi ad un certo punto che lo senti come se fosse un tuo amico, o uno di famiglia. Vorresti dargli un volto, vederlo muoversi in carne e ossa. Da qui l’idea del film. Ma essendo un grande progetto per il momento ci siamo accontentati di fare un booktrailer di due minuti. Ora è in fase di montaggio e ne approfitto per ringraziare il regista Michele Fazzitta. Lo vedremo all’ Uci Cinema di Roma Est a partire dal 7 maggio.

Quando hai iniziato a scrivere?

La passione c’è sempre stata. Ricordo che alle elementari quando c’era il tema io ero l’unica felice. Solo dopo la maturità ci ho provato seriamente. Tutto è iniziato leggendo un libro di Camilleri. Ricordo bene che il finale non mi piacque. Dentro di me dissi “Io l’avrei scritto in modo diverso” e continuavo a ripeterlo, fino a che non ho pensato “Perché non scriverlo io”. Avevo circa 22 anni.

Hai scrittori a cui ti ispiri?

Camilleri. Ma poi diciamo per il genere di cui mi occupo leggo un po’ di tutto tra i thriller. Sono interessata ad una visione moderna. Mi piacciono più le indagini in cui c’è molta azione, le indagini in cui si respira la frenesia del lavoro all’interno del commissariato. Il mio stesso stile di scrittura si avvicina molto alla sceneggiatura. Ci sono molti dialoghi. Più che soffermarmi a descrivere un posto o una situazione, le creo attraverso i personaggi, attraverso le loro frasi, le loro battute o semplici modi di dire.

Cosa c’è di te in quello che scrivi?

La mia situazione fa pensare che io scriva sulla mia vita oppure su qualcosa che riguarda i problemi che girano intorno alla disabilità. Mai trattati. Non che non mi interessino, ma non l’ho trovato così interessante da farci un romanzo. Di mio c’è invece il carattere del protagonista, Valerio. Positivo, forte, incurante dei giudizi. Una persona che va avanti sempre e comunque e non si piange addosso.

Come nascono le tue storie?

Quando decido di scrivere parto da un’idea intorno a cui voglio che la storia ruoti, ne ‘Il veleno dei santi’ era per l’appunto l’espediente dell’onomastico. La storia poi si costruisce da sola. Non so mai dall’inizio chi sia l’assassino, ci arrivo insieme ai miei personaggi. L’idea mi viene mano mano che la storia procede, magari aggiungo un personaggio non programmato e lui può diventare l’assassino.

Mi hai parlato di Valerio. Che tipo è?

Ho insistito molto nel dare ai miei personaggi una connotazione reale. Quello di cui mi sono resa conto quando vedo un film o leggo un libro è che questi non mangiano mai non vanno mai al bagno. Valerio sì. Lui si alza e dice “Scusate un attimo vado a fare pipi”. Voglio dare una visione della vita naturale e liberare i mie personaggi dalle etichette. Valerio nel primo libro era sposato nonostante fosse innamorato di un uomo, e alla fine della storia torna da lui. Vive benissimo la sua omosessualità, ma non è di quelli che la ostentano. Silvia Santucci

 

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