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Castelverde. Terra del Popolo, la storia del Centro Sociale “El Pueblo”

cimg0097La storia del primo e unico centro sociale del quartiere, raccontata da uno dei protagonisti che contribuì alla sua nascita. Prima accolto dai decani del quartiere, poi affondato nel mare opaco degli affari di zona.

 2001 odissea e voglia di spazio. La storia del Centro Sociale Autogestito “El Pueblo” comincia nel settembre del 2001, all’alba del nuovo millennio dall’iniziativa di una decina di ragazzi di età compresa tra i 15 e i 18 anni. Una comitiva di adolescenti salta giù dal muretto, frastornata e stimolata a un tempo, decisa a reagire a una delle peggiori estati della storia italiana e mondiale. Il 30 maggio Berlusconi vince le elezioni dando principio al governo più lungo della storia della Repubblica Italiana che, sommato al suo primo e terzo mandato, coincide con un ventennio di devastazione compagnona e depravata della cultura e del costume italiani. Il 20 luglio muore Carlo Giuliani ucciso dal governo di cui sopra, mentre si opponeva a un tipo di struttura sociale allora agli inizi, contro cui più andiamo avanti e più ci rendiamo conto era giusto protestare. L’11 settembre entrano a far parte della nostra memoria collettiva le immagini degli attentati al Pentagono e alle Torri Gemelle, l’odio razziale è alimentato e veicolato secondo nuovi formati e sistemi che diverranno presto tristemente noti, iniziano anni di guerre e ritorsioni non ancora terminate. La rete esplode nel suo potenziale reale e cioè di condivisione di conoscenza (e non delle vite altrui). Vengono intentati processi miliardari contro Napster che aveva consentito a una generazione la condivisione e la fruibilità globale della musica. La sua chiusura mandava un messaggio preciso, globalizziamo la merce, non l’informazione né l’accesso alla cultura…. così il 2001 è anche l’anno di nascita di Wikipedia…Insomma quell’annata ha in qualche modo acceso qualcosa nella mente di un manipolo di ragazzi nati a metà degli anni ’80.

s5000024Zecche” “Coatti” e politicanti. La prima mossa del gruppo fu chiedere le chiavi di una struttura allora in disuso, che già nel nome portava insita la missione e lo spirito dell’iniziativa: “La Terra del Popolo”, a Castelverde. Essendo una vecchia donazione al Partito Comunista, le chiavi erano in mano agli esponenti del partito di sinistra localem Bruno Pulcinelli e Fabio Belenchia, che le consegnano senza problemi ai ragazzi con la promessa di aiutarli nelle loro iniziative. I primi tempi sembrano filare liscio, la priorità è la manutenzione degli edifici che versano in uno stato di totale abbandono. Per prima cosa viene sistemato il locale più piccolo mettendo in sicurezza la struttura e ricavando un bar, due sale per attività varie e bagni. Il capannone viene dapprima utilizzato nelle condizioni originarie (con amianto sul tetto e bandoni come pareti), poi smantellato e ricostruito a regola d’arte, come si presenta oggi. I dieci ragazzi cominciano a darsi da fare per organizzare concerti, cineforum e dibattiti di vario genere. In poco tempo altri giovani cominciano ad avvicinarsi alla struttura e al tipo di partecipazione che proponeva. Gli archetipi giovanili di inizio millennio cominciano a conoscersi, mescolarsi, coesistere e cooperare. I “coatti” escono dai bar e dalle bische, in sella ai “busterini” discendono via Manoppello (ancora a doppio senso) per andare a vedere cosa combinavano quelle “zecche” giù a alla “tera der popolo”. All’epoca il posto era immerso nel nulla, non esisteva niente di tutto quello che oggi c’è intorno.

dscn2958La rottura con il partito. “El Pueblo” comincia ad essere frequentato nel week-end attirando un numero di persone sempre maggiore. Tenendo in considerazione che allora non esistevano i Social Network e il quadrante est era ancora infinitamente meno popolato di ora, le iniziative ottenevano un successo soddisfacente. Gli attivisti del centro sociale cominciano ad essere tanti, vengono organizzati dibattiti con i comitati di quartiere, le polisportive, le associazioni, il comune e gli esponenti politici. Rimane storico l’incontro, organizzato insieme all’ANPI, con Rosario Bentivegna, che collocò e fece esplodere la bomba del famoso attentato ai tedeschi a via Rasella, nel ’44; oppure con alcuni ingegneri licenziati dalla Fiat per aver inventato prototipi di automobili a basso consumo e per aver criticato la scelta dell’azienda torinese di non produrre la Smart, disegno proposto dalla Swatch, che inizialmente doveva essere a base Fiat. Il centro sinistra ribolle nel giro di pochi anni cambia nome varie volte, Ulivo, Margherita, I democratici di sinistra, l’Unione e infine il Partito Democratico… questa liquefazione identitaria e di valori non piaceva alla solida gioventù impegnata di Roma est come non piacevano i sotterfugi (soprattutto edilizi) che si potevano indovinare nell’intrallazzare “donabbondiano” di certi canuti e ben noti personaggi di Castelverde legati al centro-sinistra. I ragazzi cominciano ad acquisire una precisa identità sociale più che politica tanto che un paio di anni dopo essere entrati nella struttura decidono di non rinnovare la tessera della sinistra giovanile e non svolgere più lavori per il partito, dal volantinaggio all’affissione dei manifesti fino al volontariato alle feste dell’Unità.

Le prime avvisaglie della “proprietà del pubblico”. Questa scelta incrina i rapporti con quelli che avevano concesso lo spazio. Cominciano una serie di beghe tra i ragazzi e i decani del partito che non vedevano di buon occhio lo spirito indipendente del Centro Sociale. L’ostruzionismo alle attività dei ragazzi è forte. Le tessere della Sinistra Giovanile vengono rinnovate all’insaputa dei giovani che scoprono di essere stati tesserati perché chiamati a votare alle primarie dalla sezioni di zona. Vengono sparse voci che additavano “El Pueblo” come un luogo di eroinomani e prostitute, quando invece erano gli stessi ragazzi a intervenire in queste situazioni allertati dai vicini in un’area, come detto, ancora isolata. Improvvisamente cominciano ad arrivare controlli da parte dei vigili sulla vendita di alcolici (per la quale “El Pueblo” non aveva licenza) che prevedevano delle  giuste sanzioni che però non erano mai arrivate prima, nonostante ogni giovedì mattina il camper dei lavori a scomputo con degli operatori della polizia municipale in servizio fosse di istanza proprio all’interno del Centro Sociale, spesso usufruendo proprio dello stesso bar che poi si ritrovarono a sanzionare. I ragazzi furono anche coinvolti nell’istituzione di una associazione culturale detta “Lacus Gabinus” e quando chiesero conto della contabilità e del diritto di poterne usufruire furono purtroppo sempre messi da parte.

Festival, rassegne e iniziative socio-culturali di qualità. Intanto i ragazzi alzano il tiro delle loro manifestazioni e pretendono di poter utilizzare l’associazione “Lacus Gabinus” per chiedere dei fondi alla Provincia ed organizzare autonomamente il “Boqueria Music Festival” che si tenne nel 2006 e portò a Castelverde il meglio della scena dub, reggae ed elettronica italiana ed europea. Si organizzarono concerti e spettacoli di caratura mai vista prima e, purtroppo, mai raggiunta dopo in zona con band e personaggi di fama nazionale e internazionale (Vibronics, Alien Army, Brusco). Si installa per alcuni mesi uno skate park (tutt’oggi assente nel nostro territorio) che per settimane intere richiama skaters di tutta Roma in pellegrinaggio a Castelverde. Si avviano collaborazioni con la Scuola di Musica Popolare di Testaccio e Radio Onda Rossa. I ragazzi entrano anche nelle scuole medie (G.Rossini di Villaggio Prenestino) offrendo service e assistenza tecnica gratuita durante gli eventi organizzati dalle associazioni dei genitori. Sul palco de “El Pueblo” passano giovani musicisti, che diverranno tra i migliori artisti in circolazione.  Qui ha tenuto i suoi primi spettacoli Saverio Raimondo, unico  stand up comedian italiano. Unico posto, El Pueblo, che abbia offerto un tale grado di cultura e innovazione nella estrema periferia est.

Spazio Libero (sic!) 2003. Nel 2007, dopo 6 anni di infaticabile attività e dopo che quel manipolo di adolescenti era entrato in un’età più matura e critica, il direttivo de “El Pueblo” cerca di fare luce sulla situazione burocratica del posto. Si scopre che molti del direttivo dell’ass “Lacus Gabinus” e i vertici del PD di zona sono le stesse persone. Poi si scopre che alcune di queste persone nel 2003 avevano costituito una Società di Capitale non dichiarata all’ufficio del registro delle imprese. La società si chiama “Spazio Libero 2003 SRL” lo spazio libero dovrebbe essere la Terra del Popolo, ma l’oggetto sociale è:“l’acquisto, la vendita e la permuta di terreni e di fabbricati; ristrutturazione, gestione e commercio di immobili residenziali, commerciali e impianti industriali, sportivi, turistico-alberghieri e l’acquisto di terreni e la loro edificazione. L’assunzione di interessenze e partecipazioni azionarie presso altre società. La società potrà contrarre prestiti, mutui anche ipotecari per il finanziamento della gestione e per acquisto di immobilii, di attrezzature e macchinari, con l’esclusione del collocamento presso terzi. Può  accedere agli appalti pubblici e decidere la concessione”. Questa dichiarazione di intenti non convince i ragazzi che sentono odore di affari quanto meno opachi. Ipotizzano che la società, all’epoca composta da 14 soci, possa sperare di recuperare e far fruttare le quote investite attraverso l’appropriazione e la vendita della Terra del Popolo e magari la gestione degli edifici su essa edificati. Questo pensiero viene anche all’erede legittimo della Terra del Popolo che, dopo 6 anni in cui non si era neanche mai affacciato a vedere cosa succedesse nelle sue proprietà, va a interpellare proprio i ragazzi de “El Pueblo” dichiarando di avere le carte che dimostrano delle irregolarità nel processo di appropriazione della Terra del Popolo da parte di Spazio Libero 2003 e cercandosi un compare d’occasione per vedere di ricavarci qualcosa pure lui. Già durante il processo scaturito da queste sue denunce, di lui i ragazzi non seppero più nulla, e dio solo sa per quali ragioni abbia quasi subito smorzato i toni della sua iniziale, implacabile indignazione.

Tribunali, scoramento e l’epilogo. Si va tutti a processo e due dei ragazzi de “El Pueblo” vengono convocati in aula a deporre le loro testimonianze. Viene continuamente chiesto se al momento della presa in consegna della casa del popolo il cancello fosse chiuso o aperto e, visto che era chiuso con il lucchetto e non fosse stato forzato, chi avesse procurato le chiavi. A maggio del 2007 i ragazzi ricordano gli esponenti della Spazio Libero 2003 entrare al Centro Sociale El Pueblo, l’amministratore unico in lacrime pregava i ragazzi di lasciare la struttura altrimenti “sarebbe andato in galera”, non si sa per quale ragione. Nel frattempo alcuni elementi storici del gruppo “El Pueblo” in età universitaria partono accettando o cercando delle proposte di lavoro all’estero. Altri abbandonano scoraggiati l’attività e cedono all’epilogo più triste: lasciare quel posto in mano a questa gente. Tutti quei ragazzi, oggi, dicono che avrebbero dovuto occupare lo spazio e continuare con il lavoro monumentale che era stato svolto e di cui, a livello strutturale, ancora oggi gode la Polisportiva Castelverde, ospitata negli spazi quasi immutati da quei tempi di inizio millennio. Il rammarico di questi giovani, ormai trentenni, è aver dovuto mettere le loro capacità e le loro competenze a servizio di posti e istituzioni lontani da Roma est; aver scelto un epilogo civile e pacifico verso chi non meritava di essere trattato con così tanta premura. Il rammarico è di aver ceduto allo scoramento, alla stanchezza. La colpa dei protagonisti adulti di questa storia è aver esaurito la speranza civica di ragazzi ventenni, presi in giro per almeno un quinquennio, trattati come la mejo gioventù finché c’era da portarseli in giro per fare campagna elettorale, poi scaricati e offesi appena inoltratisi in territori e affari di cui non dovevano curarsi. Questo comportamento ha segnato molte persone di quella generazione nella nostra borgata e nel territorio di Roma est in generale, e i dati sul voto dei trentenni alle ultime elezioni lo prova in maniera inconfutabile. Riguardo il destino della Terra del Popolo se ne sono dette tante. Che oggi ci sia la polisportiva è, rispetto a quello che poteva succedere, una vittoria. Continuamente minacciata di sfratto perché la Spazio Libero “non vuole più neanche l’affitto, ma esclusivamente la vendita”-come disse a questo giornale il presidente della Polisportiva Castelverde, Christian Cilia lo scorso anno. La polisportiva è un qualcosa che rispecchia alcuni dei principi che anche El Pueblo propugnava. Se però dovesse cedere alla logica dell’appropriazione e del padronato non si potrà più utilizzare l’appellativo “popolare” né per lo spazio, né per le attività in esso svolte, un appellativo che via via ci stiamo mangiando, senza pensare a quanto male ci stiamo facendo.  Un appellativo che non si può e non si deve comprare.

Marco Severa

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