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Campo via di Salone. La vita quotidiana nel campo tra degrado e roghi tossici

campo rom via di salone (12)campo rom via di salone (8)Tre etnie diverse e una convivenza non sempre facile. In un solo container abitano anche otto persone.

Una pattuglia della Polizia Municipale è ferma davanti all’entrata del campo di via di Salone, dopo lo spegnimento dell’ennesimo rogo. C’è ancora del fumo all’esterno dell’insediamento, tra cumuli di rifiuti accatastati. Due ragazzi ‘sorvegliano’ l’ingresso sempre aperto, mentre all’interno la vita procede come al solito. Gli abitanti del campo non sembrano affatto sorpresi della nostra presenza. Si dicono “abituati ai giornalisti” e ci accolgono senza problemi. Due ragazzi poco più che trentenni, Luca e Nico, ci invitano a un tavolo posto in un piazzale davanti ad alcuni container per parlarci dei loro disagi e della vita nel campo. Insieme a loro c’è un gruppo di donne con bambini al seguito.

Vita nel campo – Sono circa 1500 le persone accatastate all’interno dei container del campo e immersi tra i rifiuti e l’odore acre dell’ultimo rogo appena spento. I bambini giocano sulla via principale, attraversata qua e là dai rivoli dell’acqua fognaria. Tra una baracca e l’altra si intravede qualche bombola di gas, perché nel campo ci sono soltanto l’acqua e la corrente. “Arriviamo a starci anche in otto all’interno di un container. E poi a volte vengono anche da fuori e si aggiunge altra gente. Guardate come viviamo con la puzza dello scolo delle fogne, i topi e i roghi tossici. Qui abbiamo i bambini che vanno anche a scuola, ma vivendo in queste condizioni rischiano di ammalarsi. Ma di noi non frega niente a nessuno, perché la politica ha sempre e solo speculato sui rom”, è lo sfogo di Luca che è un giovane residente di etnia serba e ci mostra le condizioni di vita all’interno di uno dei più grandi insediamenti rom d’Europa. Qui la convivenza non è sempre facile, come sottolinea invece Nico: “Nel campo vivono tre etnie diverse: la nostra, quella serba, è la più antica dell’insediamento. All’inizio insieme a noi c’era qualche romeno, ma non erano in molti. Poi poco alla volta sono aumentati e si sono aggiunti anche i bosniaci. E’ uno schifo il modo in cui viviamo: vorremmo avere la possibilità di stare in una casa e di avere i bambini puliti e al sicuro”, precisa Nico che prende le distanze dal problema dei roghi. “Non siamo noi a causare i roghi, che sono tossici anche per noi stessi; però la gente se la prende sempre coi rom di questo campo. Qui fuori di notte viene gente estranea, forse da altri insediamenti”.

Degrado e roghi tossici – Carcasse di frigoriferi, materassi, gomme di automobili e materiali di tutti i generi: l’allarme rifiuti e roghi tossici nel campo rom di via di Salone è non affatto rientrato. Ormai non fanno più “notizia”, ma gli alti fumi neri, carichi di diossina e frutto dello smaltimento illegale dei materiali, si allungano quotidianamente anche sugli alti palazzoni della periferia di Roma Est. Uno degli ultimi roghi, verificatosi il 19 febbraio e appiccato intorno alle ore 10, si è sviluppato lungo la via che costeggia il campo, ormai sommersa dai rifiuti e crocevia di grandi furgoni che vanno e vengono da una rimessa vicina. L’enorme distesa di materiale nero, ancora fumante dopo qualche ora, non dista che poche decine di metri dall’auto della Polizia Municipale posteggiata all’ingresso dell’agglomerato di container. “Il fenomeno dei roghi tossici – racconta sempre Luca – avviene circa 1-2 volte al giorno, spesso quotidianamente. I Vigili del Fuoco non arrivano subito (forse perché impegnati in altri lavori, ndr), ma solo dopo che il fumo diventa alto. La popolazione che abita nel campo ha malattie respiratorie anche gravi a causa delle inalazioni tossiche”.  Non è dello stesso avviso un agente della pattuglia della Polizia Municipale: “I fumi non si verificano tutti i giorni, ma spesso. Può capitare che anche per 10 giorni tutto sia tranquillo. Appena si verifica un incendio, facciamo la segnalazione a chi di dovere”. L’aria irrespirabile, non certo un toccasana per la salute collettiva, sono costretti a inalarla anche i cittadini dei quartieri limitrofi, oltre agli abitanti del campo, che lamentano ormai da anni il disagio.

Il “ghetto” di via di Salone va smantellato, ma nessuno ha il coraggio di mettere mano ad un progetto. Troppi soldi costerebbero gli sgomberi e le collocazioni nelle case popolari. Meglio abbandonarli ai margini della civiltà, selvaggi e privi della presenza di uno Stato, a cui la maggioranza appartiene. Sul sistema dei campi rom non hanno lucrato solo le cooperative di Buzzi, ma continuano a farlo, nel silenzio e nel proprio piccolo, anche tanti altri. Il problema non è distinguere i “buoni” dai “cattivi” solo all’interno delle quattro recinzioni dell’area di via di Salone, ma sarebbe il caso di uscire anche fuori. Il disagio della popolazione che respira questi fumi  e vive tra i rifiuti, tra topi e malattie infettive – che non ci lucra sopra – è arrivata al limite. I rom possono anche rubare tutto il rame che vogliono, ma le tonnellate di frigoriferi, gomme, materiale edile da dove arrivano? Perché non denunciare anche chi usufruisce ed alimenta questo sporco sistema indirettamente? Melissa Randò e Simone Sperduto

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