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Ascanio Celestini: la narrazione agrodolce della periferia

ascanio_celestiniIl noto drammaturgo, regista e scrittore Ascanio Celestini,fra racconto e coscienza civile, racconta il nostra Paese dove “tutti vogliono una vanga” alla Biblioteca Quarticciolo.
La realtà che viviamo quotidianamente esiste e non possiamo voltargli le spalle. Questo atto coscienzioso è parte fondamentale del lavoro di Ascanio Celestini. L’attore teatrale, classe ’71ed esponente massimo del teatro di narrazione italiano, è andato in scena lo scorso 28 e 29 marzo al Teatro Biblioteca Quarticciolo con la replica di ‘Discorsi alla nazione’, in tour nei teatri romani dopo il successo della scorsa estate. Sold-out anche per questa occasione. “Nel mio spettacolo – spiega Celestini – c’è un tiranno che ha in mano la nazione, dove anche quelli che vivono subalterni però sono altrettanto tiranni: vivono questa stratificazione della società per cui chi sta sotto se la prende ferocemente con chi sta più in basso di loro”.Proveniente dalla periferia sud-est di Roma – dove tuttora vive – con la sua attività unisce la forza dell’immagine alla saggia arte del narrare: una lucida conciliazione che apre le porte a ogni cittadino per una critica di ciò che lo circonda, incluso se stesso.
ascanio_quarti1 (2)I personaggi raccontati e interpretati da Celestini vivono nella strana matrioska di due realtà confluenti ma sconnesse: la periferie e la realtà nazionale, l’una appannaggio dell’altra. “L’idea che la colpa è solo di chi comanda è assai consolatoria: tutti noi abbiamo delle responsabilità. Ce la prendiamo con chi sta in basso per sfogo”.Oltre a una sincera analisi narrativa dell’Italia, anche i volti fissati ai fatti socio-politici vengono presi come fonte d’ispirazione e spunto per comprendere ulteriormente gli avvenimenti. “Nel caso del cardinal Bagnasco – spiega Celestini riguardo le recenti dichiarazioni del porporato sulle questioni d’attualità come sui diritti alle coppie di fatto e agli omosessuali – è esemplare il modo di legittimazione della violenza linguistica, del tipo ‘non la dico ma faccio in modo che mi capisci uguale’. Berlusconi – continua – in questo senso era formidabile. Invece di dire una cosa complessa ne diceva una semplice, anche in situazioni dove non sarebbe possibile farlo, come per esempio i convegni internazionali, dove raccontava barzellette: non c’entra un cazzo ma l’importante è farsi comprendere da tutti mischiando le acque”. Le grandi questioni sociali sono sciolte nella sua originale capacità di raccontare, nell’enorme privilegio di ottenere il pieno coinvolgimento di chi lo ascolta: tutti si possono ritrovare nelle sue narrazioni, ‘favole’ metro-anarchiche così intimamente vicine alla nostra sfera perché veritiere. Un magnetismo che dona una sottile riflessione attraverso la capacità di far sorridere e al contempo pensare, un coraggio che consiste nel parlare: “perché i fatti accadono, una parola resta”.
Così in questo atto civile, Celestini raccoglie le impressioni e le ombre dei suoi personaggi che, dalla loro realtà fioca e cruda – concomitante alla nostra – possono offrire al lettore la possibilità di distaccarsi da essi comprendendoli. Un tentativo di emancipazione che tuttavia è parallela alla consapevolezza del degrado dello scenario periferico, lasciato marcire e a sua volta assoggettato al potere criminale-politico, unico beneficiario dei tanti scompensi sociali. Non solo arte e narrazione, ma anche giornalismo, “altro grande e concreto aiuto” per una coscienza civile volta in tal senso. “Chi viene da fuori e fa l’inchiesta su Tor Sapienza fa un lavoro assolutamente legittimo – dichiara Celestini –  ma chi lo fa nel territorio ha lo scopo di far uscire la gente di casa,  di far sapere che davanti casa tua sta accadendo qualcosa. Il lavoro del cronista di periferia è quello di farti conoscere veramente cosa succede” conclude. Fatti di cronaca come gli scontri di Tor Sapienza o i disordini di Corcolle, sono soltanto atti marginali di consuetudini sociali ben più profonde, radicate nel grande animale assetato di sangue quale è la massa che, spaventata e indebolita, sfoga le sue paure più profonde sul primo capro espiatorio a portata di mano. Nel disagio oggettivo cui stagna la periferia romana, gli abitanti hanno la tendenza a puntare il dito contro qualcun altro: un rimbalzare di responsabilità che, prima di ritrovarsi nella classe politica di ogni livello, è un evidente segno presente in ogni cittadino, incluso il virtuoso, nessuno escluso. Questo ci racconta Ascanio Celestini. Luca Covino

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