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41 anni dall’omicidio di Giorgiana Masi, delitto politico rimasto impunito

giorgiana_masi_okIl 12 maggio 1977, nel corso di una manifestazione, la studentessa diciannovenne Giorgiana Masi morì colpita alla schiena da un proiettile calibro 22. Cossiga parlò di “fuoco amico”, ma decine di testimonianze raccontano un’altra storia.

Il clima politico del periodo. Il pomeriggio del 12 maggio 1977 i Radicali indissero a Piazza Navona una manifestazione, con il duplice intento di celebrare il risultato di tre anni prima nel referendum sul divorzio – una grande vittoria ottenuta nonostante la forte opposizione della Chiesa e della Democrazia Cristiana – e di sfidare apertamente il divieto della Questura e del Governo a scendere in piazza. Un’assemblea del Movimento della sinistra extraparlamentare decise di utilizzare l’appuntamento dei Radicali per rivendicare agibilità politica, contro la repressione e contro le limitazioni della libertà di manifestare.

Il clima delle settimane precedenti era stato pesantissimo: il 21 aprile il Movimento aveva tentato di occupare l’università La Sapienza, fermato solo dalle violente cariche della polizia. Gli scontri, iniziati all’interno dell’università e proseguiti per le strade di San Lorenzo, videro l’esplosione di parecchi colpi di arma da fuoco da entrambe le parti: fu allora che, nei pressi di via de Lollis, un proiettile uccise l’agente di polizia Settimio Passamonti.

Il Ministro degli Interni Francesco Cossiga decretò il divieto totale di manifestazioni a Roma fino al 31 maggio, ma per la festa della Liberazione, il 25 aprile, in diversi quartieri furono molti a scendere ugualmente in piazza rivendicando il diritto di manifestare; polizia e carabinieri risposero caricando ovunque. Un copione simile si ripeté anche il Primo maggio.

La giornata del 12 maggio

Già dal primo pomeriggio del 12 maggio, nei pressi di Piazza Navona si percepì che la giornata sarebbe stata caldissima, e non a causa del sole, che pure in quelle ore scaldava la Capitale: le forze dell’ordine iniziarono ad attaccare con manganelli e lacrimogeni chiunque provasse ad avvicinarsi alla piazza, e addirittura caricarono e picchiarono diversi parlamentari dei Radicali e di Democrazia Proletaria; rimase contuso anche Marco Pannella, che poco dopo entrò alla Camera dei Deputati denunciando quanto stava accadendo, ricevendo in risposta una selva di insulti da parte dei parlamentari della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista.

Una parte dei manifestanti, scappando da polizia e carabinieri, attraversò il Tevere raggiungendo piazza Sonnino, per poi unirsi a un altro gruppo di attivisti che nel frattempo era confluito in Campo de’ Fiori, dove iniziarono gli scontri.

In quelle ore a Trastevere c’erano più di 5mila poliziotti in assetto antisommossa e decine di agenti in borghese, spesso armati di spranghe e pistole. Oltre al fitto lancio di lacrimogeni, iniziarono numerosi gli spari, molti dei quali ad altezza d’uomo.

Se la rivoluzione d’ottobre fosse stata di maggio…”                                                  

giorgi

Se non fosse morta a nemmeno diciannove anni, quest’anno Giorgiana Masi avrebbe compiuto 60 anni. Giorgiana abitava con la sorella maggiore e con i genitori – mamma casalinga, papà parrucchiere – in un appartamento di via Trionfale, e frequentava la classe quinta A del liceo Pasteur di via Barellai (

una delle sue compagne di classe era la giornalista Federica Sciarelli). Giorgiana era una ragazza di sinistra, faceva parte di un collettivo femminista, la domenica distribuiva il giornale Lotta Continua e andava spesso in piazza a manifestare con il Movimento. Giorgiana scese in piazza anche il 12 maggio 1977, giorno in cui morì colpita alle spalle da un proiettile, mentre scappava da una carica delle forze dell’ordine su Ponte Garibaldi, a Trastevere.

La versione ufficiale del Ministero dell’Interno fu che Giorgiana era stata uccisa da un proiettile vagante, colpita da altri manifestanti – evidentemente ‘distratti’ – che non si accorsero della presenza della giovane tra loro e il vero bersaglio, le forze dell’ordine. La sera stessa il Ministro Cossiga dichiarò di non aver mandato alcun agente in borghese nel corteo e che, durante quella giornata, nessuno tra le forze dell’ordine utilizzò armi da fuoco nella gestione dell’“ordine pubblico”. L’allora sottosegretario all’Interno Nicola Lettieri, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, giurò che «la polizia il 12 maggio non ha sparato».

Lettieri fu costretto a dimettersi qualche giorno dopo, poiché una grande quantità di foto, due filmati e numerose testimonianze di manifestanti e giornalisti raccontarono un’altra versione dei fatti. I giornali del giorno dopo, tra cui il quotidiano romano Il Messaggero, smentirono inequivocabilmente la versione del Governo, pubblicando le foto di diversi agenti di polizia con le pistole in pugno; non pochi furono quelli immortalati nell’atto di sparare ad altezza d’uomo. Il 13 maggio, Francesco Cossiga, riferendo in Parlamento, quasi con esercizio di grottesco sarcasmo, elogiò il “grande senso di prudenza e di moderazione mostrato dalle forze dell’ordine”.

Le testimonianze. Valter Vecellio, giornalista e militante radicale che il 12 maggio fu pestato due volte, prima dai carabinieri e poi da un agente in borghese, fu uno dei tanti a raccontare uno svolgimento dei fatti parecchio differente da quanto asserito nella versione ufficiale: “Ci fu un’aggressione sc

ientifica da una sola parte, per ore il martellamento delle forze dell’ordine ha colpito chiunque si trovasse lì, non guardavano in faccia a nessuno. C’erano poliziotti che sparavano ad altezza uomo, non importava se a morire fosse un carabiniere o un manifestante, come poi è accaduto. Qualcuno doveva morire. Cercavano la strage, l’avevano pianificata deliberatamente con un’azione provocatoria. La volevano fortemente, ma non sono riusciti ad ottenerla”.

Le molte testimonianze sulla provenienza del proiettile che ha ucciso Giorgiana sono concordi nell’affermare che i colpi furono sparati dal ponte Garibaldi, e che provenivano dalla postazione in cui in quel momento si trovavano carabinieri e poliziotti, affiancati da diversi autoblindati; gli spari, insomma, provenivano dalla direzione opposta a quella in cui i manifestanti fuggivano. Queste ricostruzioni smentiscono nettamente le dichiarazioni con cui Francesco Cossiga, anche molti anni dopo i fatti, continuò a indicare il “fuoco amico” come responsabile dell’assassinio di Giorgiana Masi. Lelio Leone fu uno dei testimoni di quanto accaduto a Giorgiana quel giorno: “Ho assistito personalmente al momento in cui Giorgiana cadeva. Siamo arrivati all’i

gi

mbocco del ponte Garibaldi nel momento in cui la polizia arretrava verso Largo Arenula. Ci siamo spinti in avanti, fino alla metà del ponte, proprio al centro. La polizia intanto caricava alcuni compagni che scappavano nella direzione di Largo Argentina. Sul ponte non c’era nessuno. Saranno passati un paio di minuti e la polizia è tornata indietro, caricano un’altra volta nella nostra direzione. Ci si è fermati prima all’imbocco del ponte, dall’altra parte di Piazza Sonnino. Poi la polizia ha caricato una seconda volta, con le autoblindo. Correvano ed hanno sparato molto; pochi lacrimogeni e molti colpi di arma da fuoco. Insieme a me in quel momento c’erano una decina di altre persone. Gli altri compagni, all’altezza di largo Sonnino stavano formando delle barricate con delle auto. (…) C’erano mille compagni che scappavano. Assurdo dire che i colpi siano venuti dalla loro parte: io ero uno degli ultimi ed ho visto tutti con la schiena voltata. Sono stato colpito ad una gamba da un lacrimogeno, mi sono piegato e sono stato costretto a voltarmi. Ho visto tutto: una compagna, Giorgiana, correva a un metro e mezzo da me. E’ cascata con la faccia a terra. Ha tentato di rialzarsi, a me sembrava inciampata. Poi l’abbiamo soccorsa e l’abbiamo portata all’ospedale (…). Giorgiana era vicino a me (…) I colpi venivano solo dalla parte dove c’era la polizia. Assieme alla polizia c’erano molti in borghese. Quelli in divisa erano sulle autoblindo, con le finestre aperte. Alla metà del ponte ci sono due rientranze in muratura: lì si sono appostati quelli in borghese, ed hanno sparato”.

Come confermato – tra gli altri – da Leone, Giorgiana stramazzò a terra a pochi metri di distanza dall’estremità del ponte che conduce verso Trastevere. Fu caricata su una macchina, ma morì ancora prima di arrivare in ospedale. Molti tra gli agenti in borghese presenti quel giorno non furono mai interrogati dalla magistratura, mentre quelli interrogati affermarono all’unisono di essersi recati sul ponte Garibaldi solo a scontri conclusi.

Un delitto senza colpevoli

L’inchiesta sulla sua morte fu chiusa il 9 maggio 1981, senza che si sia mai trovato il colpevole. Il giudice istruttore Claudio D’Angelo scrisse: “Impossibilità a procedere poiché rimasti ignoti i responsabili del reato”. In questa vicenda l’unico inquisito paradossalmente fu colui che si batté a lungo per ottenere la verità, l’avvocato della famiglia Masi, Luca Boneschi (scomparso nel 2016), denunciato per diffamazione dallo stesso giudice D’Angelo per aver rimproverato alla corte di non aver fatto abbastanza per trovare la verità sull’omicidio. Qualche anno fa Boneschi tentò, purtroppo senza successo, di far riaprire l’istruttoria puntando sulle numerosetestimonianze di chi aveva visto le forze dell’ordine sparare ad altezza d’uomo su ponte Garibaldi.

L’ex deputato e parlamentare europeo Roberto Cicciomessere collaborò alla stesura di ‘Cronaca di una strage’, il libro bianco che i radicali realizzarono poco tempo dopo l’omicidio di Giorgiana Masi: un dettagliato atto d’accusa contro le forze dell’ordine contenente decine di foto di poliziotti armati e di testimonianze di quel giorno. “Parlai con decine di persone, chiesi a tutti i fotografi di consegnare i loro scatti. Tutti ricordano la foto di Giovanni Santone, il poliziotto in borghese – ha raccontato Cicciomessere – ma la testimonianza fondamentale è un’altra: un video girato in super 8 da una signora che abitava in piazza della Cancelleria in cui si vedono chiaramente due poliziotti in divisa, nascosti dietro le colonne, che estraggono la pistola dalla fondina e sparano ad altezza uomo”.  Secondo Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione Stragi, le parole di Cossiga pronunciate sull’accaduto (“Giorgiana Masi colpita da fuoco amico”) confermerebbero indirettamente come “quel giorno ci possa essere stato un atto di strategia della tensione, un omicidio deliberato per far precipitare una situazione e determinare una soluzione involutiva dell’ordine democratico, quasi un tentativo di anticipare un risultato al quale per via completamente diversa si arrivò nel 1992-1993″.

Come a Genova

Il 12 maggio 1977 ebbe su un’intera generazione un peso simile a quello che le giornate del G8 di Genova nel 2001 ebbero sulle generazioni politiche successive. Andrea Colombo (sul Manifesto) ha scritto che “quel giorno, per molte ore, la democrazia fu sospesa, proprio come sarebbe avvenuto 24 anni dopo, il 21 luglio 2001 a Genova: le botte e gli insulti ai parlamentari, gli agguati e gli attacchi contro manifestanti ancora inoffensivi, la presenza massiccia e illegale di agenti in borghese armati, i colpi d’arma da fuoco sparati sin dal primo pomeriggio, e poi le bugie, le reticenze, gli inganni. Gli agenti, come disse Cossiga, «erano inaspriti». Volevano vendicare il collega Settimio Passamonti, ucciso in uno scontro di piazza il 21 aprile. Il Pci premeva sul ministro perché si dimostrasse più fermo. Cossiga decise di lasciar fare, e in fondo importa poco sapere se lo fece coscientemente o chiudendo gli occhi. Chi abbia materialmente premuto il grilletto per uccidere Giorgiana non si è mai saputo e non si saprà. Ma dietro il suo omicidio non c’è nessun mistero (…)”. Sebastiano Palamara

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