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1978-2018. 40 anni dall’omicidio di Peppino Impastato

peppino-impastatoPeppino, il militante della sinistra extraparlamentare ucciso perchè sbeffeggiava la mafia. A 40 anni dalla sua morte il suo esempio e il suo ricordo vivono ancora. 

Dopo secoli di sottomissione, di accettazione acritica del potere e di obbedienza cieca all’autorità, per un momento sembrò che qualcosa potesse cambiare sul serio. Il ’68 era arrivato anche in quella terra di violenza e barbarie, portando con sé l’inquietudine e il desiderio di uscire dal guscio delle vecchie famiglie e di sganciarsi dalla schiavitù paternalistica, spingendo molti giovani a unirsi a gruppi e movimenti. Poi, nella terra dei gattopardi, tutto tornò come prima.
Peppino Impastato era nato nel 1948 a Cinisi, un paesino della costa nord-occidentale della Sicilia, in provincia di Palermo, e aveva iniziato la sua attività politica da giovanissimo; dopo essersi avvicinato al PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, nato nel 1964 da una scissione a sinistra del PSI), ancora diciassettenne fondò un piccolo giornale (“L’idea Socialista’) in cui denunciava gli affari non troppo leciti della borghesia latifondista dell’area. Una parte importante della sua formazione era venuta dalla partecipazione alle lotte dei contadini espropriati dalle terre per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo a Punta Raisi, nel territorio del suo comune. Erano gli anni in cui la mafia siciliana reinvestiva le abnormi quantità di denaro derivate dal traffico di eroina nella speculazione edilizia che devastò gran parte della costa intorno a Palermo. Peppino si era avvicinato al lavoro che Danilo Dolci portava coraggiosamente avanti in una Sicilia schiacciata dalla miseria e dalla sopraffazione (le prime denunce antimafia, le lotte per la realizzazione della diga sullo Jato, la costruzione del Centro Educativo di Mirto), per poi allontanarsene perché in disaccordo riguardo a quello che giudicava come “pacifismo inerme”, fondato più su una coscientizzazione individuale che su un progetto politico collettivo. Peppino aveva poi partecipato al lavoro di controinformazione sulla strage di Piazza Fontana, si era avvicinato al gruppo de “Il Manifesto” e, dopo, a quello di Lotta Continua. Pochi giorni dopo il suo omicidio, avrebbe partecipato alle elezioni amministrative di Cinisi, da candidato nelle liste di Democrazia Proletaria (quel 14 maggio, da morto, prese quasi 300 voti e fu eletto simbolicamente). Aveva ansia di radicalità, Peppino, quella radicalità che – scrive Claudio Fava – “nel vecchio Partito Comunista sarebbe stata imbrigliata, soffocata dalla prudenza, disciplinata nelle strategie”.
peppino-impastato-muralesNel 1977 Impastato fondò Radio Aut, un’emittente autofinanziata di controinformazione, in cui conduceva una trasmissione satirica in cui attaccava frontalmente la mafia in maniera ironica e dissacrante. In rete sono facilmente reperibili degli stralci della sua trasmissione, e sono sufficienti pochi secondi di ascolto per rendersi conto del suo enorme coraggio in tempi in cui, soprattutto a quelle latitudini, la parola mafia era ancora un tabù. Del resto, sarebbe servito molto coraggio a chiunque, per definire don Gaetano Badalamenti, boss di Cinisi ai vertici dell’intera Cosa Nostra, “Tano Seduto, esperto in lupara e traffico di eroina”, ma forse per Peppino Impastato ne serviva ancora di più.
Lui infatti la mafia ce l’aveva dentro casa: era figlio di don Luigi Impastato, un vecchio mafioso vicino allo stesso Badalamenti. Inoltre, era nipote di un importante boss, quel Cesare Manzella che il 23 aprile del 1963, primo nella storia, saltò in aria dentro una macchina imbottita di tritolo. Questo sanguinario evento scosse particolarmente Peppino, che all’epoca dei fatti aveva quindici anni: il fratello Giovanni raccontò che “quando ci trovammo davanti al luogo dell’attentato, davanti alla devastazione, Peppino disse: -Ma questa è veramente mafia? Se questa è mafia io per tutta la vita mi batterò contro queste cose…”. Non poteva ancora sapere, Peppino, che qualche anno dopo lui stesso avrebbe fatto una fine simile, colpevole di aver indicato con nomi e cognomi i responsabili di affari sporchi, estorsioni e speculazioni, le collusioni col potere politico. Colpevole di aver indicato apertamente i responsabili della razzia di quelle terre. Nei mesi che precedettero la sua morte, Peppino Impastato aveva mostrato ai suoi compagni delle lettere minatorie in cui veniva invitato a lasciar perdere le sue battaglie, e che in caso contrario avrebbe pagato con la vita. La morte del padre Luigi nel settembre 1977, causata da un incidente le cui circostanze non furono mai chiarite del tutto, rappresentò di fatto il lasciapassare definitivo alla condanna a morte che già pendeva sulla sua testa: Peppino era pur sempre il figlio di un mafioso, e il codice d’onore di Cosa Nostra avrebbe reso molto più difficile ucciderlo con il padre in vita.
Gaetano Badalamenti. Va evidenziato, inoltre, che la mafia contro cui Impastato si batté non era di certo la vecchia mafia rurale di un tempo. Cinisi aveva un ruolo di primaria importanza nelle dinamiche mafiose nazionali e internazionali del tempo, e il suo boss Gaetano Badalamenti figurava tra i vertici assoluti di Cosa Nostra. Badalamenti, amico del leggendario Lucky Luciano, fu un protagonista di primo piano di Cosa Nostra sin dallo sbarco degli Alleati in Sicilia. A Palermo la droga non si comprava, senza allearsi con ‘don Tano’. Controllando l’aeroporto e le persone che ci trafficavano, Badalamenti di fatto aveva in mano la chiave della porta d’ingresso dell’eroina che dalla Turchia veniva poi dirottata verso gli Usa. Condannato definitivamente all’ergastolo per l’omicidio di Peppino Impastato nell’aprile 2002, quando già si trovava in carcere negli Usa a seguito dell’inchiesta sul traffico di droga denominata ‘Pizza Connection’, Badalamenti fu processato (e poi assolto) assieme a Giulio Andreotti come mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
Come affermato da Franca Imbergamo, Pubblico ministero del processo Impastato: “In quegli anni Gaetano Badalamenti stava ‘patteggiando’ la sua fuoriuscita indolore dai vertici di Cosa Nostra. Infatti, egli non venne ucciso come Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo: gli venne concesso di mantenere la sua vita e la libertà, ma questo onore delle armi si riconosce solo a un ‘grande capo’. Se nel proprio territorio, quasi nel proprio ambito familiare, c’è un personaggio a cui si concede impunemente di porti continuamente in ridicolo e di attaccarti su punti nevralgici come la gestione del territorio, il traffico di stupefacenti, il traffico di armi, allora ai tuoi interlocutori mafiosi può venire il dubbio che tu non sia poi un grande personaggio. Per Badalamenti, mantenere la facciata del potere passava anche per la morte di Peppino Impastato”.
imageLa morte di Peppino, un delitto costruito. All’ una e trentacinque del 9 maggio 1978, il macchinista di un treno sulla linea Palermo-Trapani sobbalzò e fu costretto a fermarsi: scendendo, l’uomo si accorse che un tratto di binario era stato tranciato di netto da una violenta esplosione. Si trattava di diversi kg di tritolo, fatti esplodere vicino al corpo di Peppino Impastato, di cui si recuperarono solo i due arti inferiori, rinvenuti a cento metri di distanza l’uno dall’altro. Brandelli di carne si sparsero anche a trecento metri dal luogo dell’esplosione. Fin dalle primissime indagini si verificarono strane ‘dimenticanze’ degli inquirenti, aggravate dal fatto che sul posto non ci fossero carabinieri alle prime armi, bensì militari esperti: sopralluoghi non effettuati, tracce non rilevate, reperti persi. Assurdamente, le indagini non tennero in nessun conto l’attività antimafia di Peppino Impastato, che nelle sue pubbliche denunce aveva praticamente già indicato i nomi dei responsabili. Gli unici a essere interrogati, sospettati come “complici dell’attentatore”, furono i compagni di Peppino, sottoposti a pesanti interrogatori lunghi anche 8 ore. Già, perché quel 9 maggio 1978, poche ore dopo la morte di Peppino, fu ritrovato in via Caetani il corpo inerme di Aldo Moro, ucciso dalle B.R. Si cominciò allora a dire: “a questo brigatista, stavolta, è andata male”. Sin dal primo rapporto i carabinieri sostennero che Peppino era andato su quel tratto di ferrovia per mettere una bomba, con l’obiettivo di far saltare in aria il treno che sarebbe passato la mattina dopo, carico di studenti e di operai pendolari. Nel corso di un interrogatorio, i carabinieri dissero al fratello Giovanni che Peppino poteva considerarsi un caduto sul lavoro, perché era morto mentre faceva il suo lavoro di terrorista. Un “comunista bombarolo” che aveva perso la vita nell’atto di pianificare una strage, un esaltato rimasto vittima del suo stesso sanguinario progetto. Peccato che a Cinisi non ci fossero mai stati attentati riconducibili a una matrice politica di sinistra; viceversa, molti furono in paese gli attentati mafiosi ai danni dei negozi di chi non si piegava al racket delle estorsioni. Fatto ancora più eclatante, in quegli attentati era stato sempre usato lo stesso esplosivo utilizzato per la morte di Peppino, quella polvere di mina proveniente dalle cave della zona, tutte di proprietà di personaggi riconducibili ai clan. Mai nessuno di loro fu interrogato, né alcuna di quelle cave fu perquisita.
La strage di Alcamo Marina. In compenso, la notte dell’omicidio fu perquisita casa Impastato; in quell’occasione i Carabinieri sequestrarono dei documenti che Peppino aveva raccolto sulla strage di Alcamo Marina, in cui vennero uccisi due Carabinieri. Per quella strage, probabilmente legata alla mafia e a elementi dell’organizzazione anticomunista Gladio collusi con gli stessi carabinieri, i militari guidati dal colonnello Giuseppe Russo ottennero con la tortura la falsa confessione di cinque persone (una di queste morirà in cella in uno strano ‘suicidio’, un altro scontò ingiustamente 21 anni di prigione). Come riferito dal fratello Giovanni, quei documenti non vennero mai restituiti alla famiglia Impastato.
e1f944d57aaaa92a3001ed3a294b6454708“Convergenze parallele”. Tra Carabinieri e mafiosi si verificò una convergenza di fatto: i primi condussero sin dall’inizio le indagini su un percorso lastricato di falsità, quello dell’attentato terroristico, i secondi accreditarono con la loro voce potente sul territorio quella tesi. Peppino Impastato era già stato ucciso, ma infangandolo e distruggendone la memoria si cercò di ucciderlo un’altra volta. Il pentito Francesco Di Carlo affermò testualmente che «la stazione dei carabinieri di Cinisi non disturbava i mafiosi, facevano finta di niente perché con loro aveva parlato il colonnello Russo. Con il colonnello Russo avevano parlato i Salvo e Gaetano Badalamenti, e si comportava bene». Va ricordato anche che il declino di Gaetano Badalamenti nella cupola di Cosa Nostra si fece irreversibile quando questi si oppose all’eliminazione del colonnello Russo, decisa da Luciano Leggio, votando contro. Secondo alcuni pentiti, il colonnello Russo, venuto a conoscenza del fatto, avrebbe cercato di sdebitarsi. Anche il pentito Francesco Onorato, in una dichiarazione del 31 maggio 1997 affermò che «era risaputo che il Badalamenti avesse nelle mani i Carabinieri del territorio di sua pertinenza”.
Un personaggio chiave nei depistaggi fu il maggiore dei Carabinieri Antonio Subranni, poi promosso generale, che fu anche a capo del Ros (Raggruppamento Operativo Speciale) tra il 1990 e il 1993: fu lui a guidare le “indagini”, affrettandosi a sostenere che “il caso Impastato è soltanto l’attentato suicida di un estremista extraparlamentare”.
Subranni è stato recentemente condannato dalla Corte d’Assise di Palermo a 12 anni di reclusione nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia. Agnese Borsellino raccontò che suo marito Paolo gli confidò che Subranni era “punciutu” (cioè affiliato a Cosa Nostra), e di aver visto in lui “il vero volto della mafia”. Il Maggiore dei Carabinieri Tito Baldo Honorati (anche lui poi promosso generale), nel 1984, a sei anni dal delitto, quando già una sentenza istruttoria aveva affermato inequivocabilmente che si trattava di un omicidio ad opera della mafia (anche se restavano ignoti mandanti ed esecutori) scriveva: “Le indagini molto articolate e complesse svolte all’epoca da questo Nucleo operativo hanno condotto al convincimento che l’Impastato Giuseppe abbia trovato la morte nell’atto di predisporre un attentato di natura terroristica (…)”. Nella stessa nota, il Maggiore Honorati infangò la memoria del giudice Rocco Chinnici, il magistrato che avviò i lavori del pool antimafia e che fu ucciso da Cosa Nostra il 29 luglio del 1983: il maggiore Honorati scrisse che Chinnici si dichiarava convinto che Impastato fosse morto per mano della mafia solo perché guidato da “aspirazioni elettorali”. In altre parole, secondo Honorati Chinnici esprimeva quel convincimento nel tentativo di attirare le simpatie di una parte dell’opinione pubblica. In realtà Chinnici non ebbe mai aspirazioni elettorali di nessun genere, e a trentacinque anni dalla sua morte è ancora ricordato come una tra le figure più integre che operò nelle istituzioni italiane di quegli anni. Cosa che più difficilmente si potrebbe sostenere di Honorati, nonostante promozioni e onorificenze.
La Commissione antimafia che si occupò del caso Impastato disse senza mezzi termini, per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana, che rappresentanti delle istituzioni depistarono le indagini su un omicidio politico-mafioso. «Era l’andazzo, il modus operandi degli apparati dello Stato – scrivono i commissari nella loro relazione -. Era il periodo in cui il pericolo principale erano i terroristi rossi e non i mafiosi perché i primi erano pericolosi per lo Stato, i secondi no». «Era tutto chiaramente pianificato», si lasciò sfuggire in audizione un commissario della Digos.
Le condanne. Dopo che già in due occasioni le indagini erano state archiviate, nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentarono un esposto chiedendo di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il fatto: nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni del pentito Palazzolo, che indicò in Gaetano Badalamenti il mandante dell’omicidio, assieme al suo vice Vito Palazzolo, si riaprì formalmente l’inchiesta. Nel novembre del 1997 fu emesso un ordine di cattura ai danni di Gaetano Badalamenti (che si trovava già in carcere negli Usa), incriminato come mandante del delitto. Il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise giudicò Vito Palazzolo colpevole, condannandolo a trent’anni di reclusione. L’11 aprile 2002 anche Gaetano Badalamenti fu riconosciuto colpevole, e condannato all’ergastolo.
Sebastiano Palamara

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